Il Ducato di Modena su Regni Rinascimentali
 
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 [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima

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m.azzurra

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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:13

--Arlecchino_ ha scritto:
Prima di tornare da dove era stata mandato si sentì richiamare e rispose alle domande.
Il mio nome è Arlecchino sior Rettore, e il mio mandante è milanese. Se una sola delle opere può essere presentata al concorso, son sicuro che il sior padrone preferisce che venga tenuta in considerazione la poesia dedicata a sua moglie!
Dopo aver risposto rimase lì, ciondolando e guardandosi intorno. Tra tanti colori si sentiva a casa.
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m.azzurra

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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:15

Emanuele_corleone ha scritto:
Sarà fatto messer Arlecchino

rispose Emanuele iscrivendo l'uomo nella lista dei partecipanti
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:17

Emanuele_corleone ha scritto:
Oggi sarebbero iniziate le votazioni delle opere presentate, Emanuele chiese di salire e prendere posto sul palco ai 3 giudici designati, ovvero il Duca Daygar_ii, il Vesscovo di Mantua Bernasconi ed un rappresentante del popolo Gazzella

prego illustri giudici accomodate così che abbia inizio la votazione della prima sezione!

iniziò a spiegare le facili dinamiche

Inizieremo con la sezione Poesia la cui valtazione durerà 2 giorni, seguirà la pittura ed infine la narrazione. Ogni giudice darà un voto da 3 a 10 per ogni singolo artista e lo comunicherà alla mia persona mediante missiva che successivamente pubblicherò. Ciò per evitare che gli altri giudici siano condizionati dalle votazioni altrui.

Oggi primo giorno di votazione per il settore poesie ordunque.


pose in essere le poesie in ordine di presentazione




[rp]Raggio di Luna

"Ho immaginato di catturare la Luna...

di farla mia e tenerla con me per sempre...

Ho immaginato di viverla solo io,

perché penso che sia l'unica cosa che vale veramente nella Notte...

Ho immaginato che senza di essa la mia Vita sarebbe stata proprio come quel Buio completo...

ed ho cercato in tutti modi di raggiungerla e cingerla......

soltanto un folle avrebbe potuto partorire un'idea simile...

così triste e sconfortata son tornata sulla Terra,

a percorrere quel sentiero che il Destino ha disegnato per me...

senza aspettative e con la consapevolezza che avrei viaggiato per sempre con le Tenebre intorno...

ed è proprio quando stavo per rassegnarmi a tenere lo sguardo fisso sul mio cammino,

per evitare di vederla nel Cielo e acuire il mio dispiacere per aver fallito...

lei, la Luna, ha mandato giù da me una sua creazione, un suo raggio...

un raggio di Luna"
[/rp]
Autrice: Sheere



[rp]Alla mia sposa

Sono incatenato, lo sento.
Schiavo di ogni tuo atteggiamento.

Perché non puoi tu essere Venere in persona?
Credimi, con gran tormento mi caverei gli occhi
e senza più lacrime mi offrirei alle intemperie come persona prona,
per sfuggir la tentazione di un fanciullo dinanzi ai balocchi.
Dio volesse tu fossi Sirena!
Come il savio, non esiterei ad usare la cera per oltraggiare il mio udito
stratagemma che già fu nell'amara altalena
per scappare al soave suono di un richiamo impazzito.
Potrei, poi, curarmi del divino nettare?
Se la lingua mi ponesse in tentazione
la potrei sempre debellare
rendendomi muto, con un atto di devozione.

Ma a te no, davvero, non posso porre fine,
perché sei in ogni mio pensiero,
e al mio pensiero, non v'è confine.
[/rp]
Autore: Arlecchino



[rp]Se d'amor io morissi

Son foglia danzante
di gelido respiro.
Incanto di luce
sull'immenso cobalto.

Soffio leggiadro
sul mandorlo in fiore.
Tacito sospiro
tra le labbra d'amante.

Onda di lacrima scivoli accanto,
non odi più l'angelico pianto.
Argento e Oro si sposan in eclissi,
saresti del buio se d'amor io morissi?
[/rp]
Autrice: Primavera
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:22

Emanuele_corleone ha scritto:
Il lupo perdeva il pelo ma non il vizio, Emanuele salì sul palco visibilmente nervoso e stanco del ripetersi delle medesime situazioni scaturite dal solito ignobile personaggio.

Signori e signore, esimi giudici, voglio informare tutti che viene SQUALIFICATO per PLAGIO dal concorso d'arte,

- colui che solerte e senza indugio continua impeterrito a presentare opere di altrui persone spacciandole per proprie
- colui che già tempo addietro fu espulso dall'Accademia d'arte Corleone per aver plagiato opere altrui
- colui che da parte mia ha avuto un'ulteriore possibilità ma senza indugio con viltà ed irriconoscenza ha esposto nuovamente opere NON SUE
- colui che pensa di aver a che fare con sciocchi a quanto pare.


strappò l'opera dell'uomo

Dichiaro quindi SQUALIFICATO DAL CONCORSO FUEGO2806 proveniente dal Regno delle Due Sicilie, dichiarando che costui, uomo non meritevole, non sarà mai più accettato ad un concorso d'arte proposto dall'Accademia d'Arte Corleone.

Copia della poesia plagiata

spero vivamente si vergogni dei continui atti di plagio, ma ne dubito fortemente.

si scusò con i giudici per il disagio chiedendo loro di procedere tra le poesie di

- Sheere: RAGGIO DI LUNA
- Primavera: SE D'AMOR IO MORISSI
- Arlecchino: ALLA MIA SPOSA
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:23

--Arlecchino_ ha scritto:
Arlecchino ciondolava sulla piazza, per assistere al concorso. Fu molto sorpreso quando, tra le poesie in gara, non sentì citare quella del suo padrone. Eppure l'aveva consegnata personalmente al Rettore, e aveva da lui ricevuto conferma dell'avvenuta iscrizione. Il suo padrone sarebbe stato di certo molto contrariato di quest'esclusione.
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:23

Emanuele_corleone ha scritto:
Corresse una mancanza eliminando l'opera ed avvisando i giudici per missiva. Poi andò a parlare con messer Arlecchino per scusarsi della dimenticanza
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:24

Daygar_ii ha scritto:
Il Duca salì sul palco e salutò il Rettore Corleone, il braccio sinistro ancora appeso al collo e l'andatura non più troppo claudicante.

Dopo aver letto tutte e tre le poesie, consegnò al Corleone una pergamena piegata con i propri voti.
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:25

Bernasconi ha scritto:
Salì sul palco immediatamente dopo al Duca, dopo aver attentamente letto e valutato i tre scritti consegnò al Rettore le valutazioni in merito.
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:25

Gazzella ha scritto:
[rp]Gazzella rilesse molte volte le poesie, tutte molto belle, scrisse la sua valutazione , e la consegnò al rettore.[/rp]
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:26

Emanuele_corleone ha scritto:
I giudici furono molto celeri e disponibili nella valutazione delle poesie, Emanuele ne fu lieto. Mostrò le valutazioni ai partecipanti


[rp] Mittente : Daygar_ii
Data d'invio : 31/07/1462 - 15:23:13
Titre : Voti Poesia

Buon pomeriggio,

ecco i miei giudizi:

Raggio di Luna, di Sheere: 7

Alla mia sposa, di Arlecchino_: 9

Se d'amore io morissi, di Primavera: 8

Sono voti alti, ma mi sono piaciute tutte quante.
Autorizzo l'eventuale pubblicazione integrale oppure dei soli voti.

Sua Grazia il Duca di Modena,
Nicolò Leone Arnod Sforza[/rp]


[rp] Mittente : Bernasconi
Data d'invio : 31/07/1462 - 18:30:10
Titre : Re: concorso nella piazza del Ducato

Caro Rettore,

trasmetto i voti da me assegnati:

- Sheere con "Raggio di Luna": 8
- Primavera con "Se d'amor io morissi": 7.5
- Arlecchino con "Alla mia sposa": 9

Nel caso in cui non fosse possibile attribuire frazioni di voti il 7.5 assegnato a Primavera potrà essere arrotondato secondo le leggi matematiche diventando quindi 8.

Cari saluti

M. Berna[/rp]


[rp] Mittente : Gazzella , Madama del Del Ducato di Modena
Data d'invio : 31/07/1462 - 19:10:18
Titre : Re: Re: Re: concorso nella piazza del Ducato

dunque: rileggendole questo è il mio verdetto:

Se d'amor io morissi voto 9

Alla mia sposa 7


Raggio di Luna 7[/rp]


Signori e signore, il calcolo dei voti è il seguente


Sheere: 22
Arlecchino: 25
Primavera: 24.5

passa il turno nella sezione poesie il nobile rappresentato da messer Arlecchino. Lo stesso parteciperà alla finale con i vincitori della sezione Narrazione e Pittura.

concluse complimentandosi con messer Arlecchino e ringraziando gli illustri giudici i quali a breve sarebbero stati investiti nella valutazione della sezione pittura.
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:27

Emanuele_corleone ha scritto:
Era giunto il momento di valutare le tele presentate.

Signori giudici vi prego di riprender penna e carta al fine di valutare la sezione Pittorica. A seguito saranno elencate le tele in odine di presentazione e ad ognuna dovrete porre un voto da 3 a 10 ed inviarmi il tutto per missiva unitamente all'autorizzazione alla pubblicazione

ringraziò gli illustri giudici per poi far posizionare sui cavalletti le opere




Autore: Dinful - Il mercato di Massa



Autrice: Rosalba - Ritratto di due dame sullo sfondo il Duomo di Modena



Autrice: Ladyblu



Autrice: Marzia_ - Tramonto sul castello di San Giorgio a Mantua



Autrice:Cassorni - Sprazzo di sole sul Duomo di Massa



Autrice: Baakmat - Tormenta nel cuore



Autrice: M.Azzurra - Chiesa di San Possidonio Mirandola



Autice: Margot. - Titolo: Sring Italico: l'Incontro
(Sono presenti: Duca di Modena Daygar_ii,Principessa di Firenze Baggy206, Duca di Milano Arboreo, Principe di Genova Giarru, Principessa di Siena Labantie. Nel dipinto alle spalle l'Imperatore Comyr. )




Autrice: Hecate - Il frutteto di Modena


Sono in votazione:
- Dinful
- Rosalba
- Ladyblu
- Marzia_
- Cassorni
- Baakmat
- M.Azzurra
- Margot.
- Hecate
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:28

Gazzella ha scritto:
Dopo aver ammirato ancora una volta le stupende tele Gazzella scrisse le sue preferenze con dei voti e li consegnò al Rettore.
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:29

Bernasconi ha scritto:
Il sole era caldo e la talare nera certamente non aiutava, fortunatamente trovava sollievo ammirando le opere di cui avrebbe dovuto rendere conto.
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:30

Emanuele_corleone ha scritto:
Le votazioni inerenti alle tele presentate erano giunte, Emanuele le raccolse dalle mani dei giudici per poi renderle pubbliche

[rp] Mittente : Daygar_ii
Data d'invio : 31/07/1462 - 22:26:51
Titre : Voti Pittura

Buonasera Rettore,

ecco i miei giudizi, questa volta è molto più difficile, lo ammetto:

Dinful - Il mercato di Massa: 8
Rosalba - Ritratto di due dame sullo sfondo il Duomo di Modena: 7
Ladyblu - Senza titolo: 8,5
Marzia_ - Tramonto sul castello di San Giorgio a Mantua: 9
Cassorni - Sprazzo di sole sul Duomo di Massa: 7
Baakmat - Tormenta nel cuore: 8
M.Azzurra - Chiesa di San Possidonio Mirandola: 8,5
Margot. - Titolo: Sring Italico: l'Incontro: 9,5
Hecate - Il frutteto di Modena: 9

I tre quadri, in ordine, di Marzia_, Margot. e Hecate a mio parere sono molto vicini fra loro.
Ho premiato quello di Margot. perché probabilmente era quello più difficile da comporre sebbene gli altri due sono riusciti benissimo.

Autorizzo alla pubblicazione.

Sua Grazia il Duca di Modena
Nicolò Leone Arnod Sforza[/rp]



[rp]
Mittente : Gazzella , Madama del Del Ducato di Modena
Data d'invio : 31/07/1462 - 23:25:56
Titre : Re: Re: Re: Re: Re: concorso nella piazza del Duca

sono giorni che ammiro queste tele, me ne sono innammorata, sarà molto difficile fare una selezione , ma tuttavia sono obbligata a trarre ei voti che sono i seguenti:

autorizzo la pubblicazione

Dinful voto 10
- Rosalba voto 9
- Ladyblu voto 9,50
- Marzia_ voto 10
- Cassorni voto 9
- Baakmat voto 9
- M.Azzurra voto 7
- Margot. voto 9
- Hecate voto 10
_____________

tutti meritovoli con 10[/rp]





[rp] Mittente : Bernasconi
Data d'invio : 01/08/1462 - 20:37:04
Titre : Re: voti tele
Emanuele,

ecco di seguito il responso per quanto riguarda la valutazione pittorica:

-------------------------------------------------------------------------------------------

Autore: Dinful - Il mercato di Massa: 7

Autrice: Rosalba - Ritratto di due dame sullo sfondo il Duomo di Modena: 6.5

Autrice: Ladyblu: 7.5

Autrice: Marzia_ - Tramonto sul castello di San Giorgio a Mantua: 8

Autrice: Cassorni - Sprazzo di sole sul Duomo di Massa: 7

Autrice: Baakmat - Tormenta nel cuore: 9

Autrice: M.Azzurra - Chiesa di San Possidonio Mirandola: 7.5

Autice: Margot. - Titolo: Sring Italico: l'Incontro: 8.5

Autrice: Hecate - Il frutteto di Modena: 9.5

-------------------------------------------------------------------------------------------

Ovviamente sei autorizzato a disporre della lettera come più ritieni opportuno.

Buona serata

M. Berna[/rp]


fece il conteggio

- Dinful : 25
- Rosalba : 22.5
- Ladyblu: 25.5
- Marzia_ : 27
- Cassorni : 23
- Baakmat : 26
- M.Azzurra : 23
- Margot. : 27
- Hecate: 28.5


sorrise annunciando al pubblico il vincitore di quella sezione

Signori e signore, passa il turno nella sezione Pittura dama Hecate, ma voglio complimentarmi con tutti i pittori poichè le opere erano tutte più che meritevoli e ben comprendo la difficoltà dei giudici

fece un applauso a tutti i pittori

Esimi giudici non vi rilassate per favore

sorrise

l'ultimo passaggio per concludere quest'ultima fase è la votazione nella sezione narrativa, questa più ardua in quanto molto scrittori di gran levatura si son presentati. Vi prego di visionare con cura i testi che a breve vi farò visionare.

Pose in essere i nomi dei finalisti sino a quel momento

- Arlecchino
- Hecate
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:31

Emanuele_corleone ha scritto:
Bene illustri giudici siamo giunti alla parte finale di questo importante concorso, è il momento di giudicare i testi narrativi degli scrittori presentatisi e ben comprendo che la valutazione sarà più lunga ed articolata.

Avete come sempre 2 giorni da ora per consegnarmi i vostri voti in via privata, entro lunedì per l'esattezza. Pongo al vostro vaglio i manoscritti ringraziandovi della vostra cortese disponibilità sottolineanco come, benchè impegnati attivamente nella pubblica amministrazione ed avendo impellenti questioni a cui assolvere, vi prodigate anche per lo scenario artistico che grazie al vostro aiuto diviene una componente fondamentale in questa piazza

conclue porgendo il testi ai giudici e ringraziandoli nuovamente



[rp]Stanco. La spossatezza mi fa camminare lentamente, trascinando quasi i piedi. Il senso di leggerezza alla testa non mi fa concentrare a dovere e pertanto non posso dedicarmsi alle solite incombenze.
Provo ad uscire in giardino, dirigendomi verso le mie amate piante, compagne di molte giornate solitarie, quelle giornate in cui mi ero ritrovato a raccontare loro, la strana storia della mia vita.
Mi chino faticosamente a terra, carezzando le tenere e verdi foglie ed un lieve schiarimento alla testa mi fa sorridere. La morbidezza che la mano prova, mi fa tornare alla mente una larva di ricordo che tento subito di ghermire e di non lasciarlo fuggire via.
Sforzandosi mi sollevo da terra, poggiandomi al sottile bastoncello che utilizzo per camminare, e trascinando ancora i piedi rientro in casa, seguendo il ricordo che va delineandosi nella mia mente.
Raggiungo lo stanzone che funge da camera da pranzo e da cucina e scostata una sedia, mi siedo, prendendo poi una pergamena lì sopra riposta e che alla vista, appare fittamente scritta.
Gratto la punta della penna ed intinta nella boccetta di inchiostro messa lì vicino, inizio a scrivere. La scrittura parte lentamente, a singhiozzo, ma poi il flusso dei pensieri si intensifica e la scrittura da sorgente, diventa torrente e poi, fiume in piena.

[rp]Procedevo lentamente a cavallo, avvolto stretto nel mio mantello di lana, combattendo inutilmente con il freddo ed il gelo che si insinuavano attraverso l’armatura, facendomi rabbrividire ad ogni folata di vento.
La spada, appesa con lo scudo alla sella, tintinnava debolmente al dolce ritmo del passo del corsiero che montavo. Il suo mantello lucido rifletteva la luce che filtrava dalla mia lanterna e che rischiarava il sentiero che stavamo percorrendo. La carrareccia si inerpicava tra le montagne in direzione del monastero ed ad ogni curva la pendenza aumentava vertiginosamente, fin quando non arrivammo in cima allo speco e scorsi tra le tenebre, l’austera figura del monastero.
Proseguii cautamente, avendo paura di azzoppare la povera bestia che cavalcavo ed in meno di mezz’ora giunsi al solido portone che proteggeva l’ingresso dell’abbazia. Solido e possente, sovrastava chi vi bussava, ergendosi come un gigante a guardia dell’ edificio. Sollevai la testa e con lo sguardo non riuscii a definire dove finisse, essendo il vertice avvolto nell’oscurità più assoluta.
Smontai e mi avvicinai, poggiando la mano sul legno che si poneva tra me ed il chiostro, quand’ecco che nel buio, una fessura si aprì, illuminata da una torcia ed una voce stridula proveniente dall’ interno mi intimò gridando :

”Chi sei, fatti riconoscere, oppure ordinerò all’arciere di infilzarvi come un tordo”

La buona educazione non è qui di casa, pensai scoprendo il viso ed avvicinandomi al quadrato di luce che aleggiava nel buio.

"Sono Emrys Myrdrinn von Frundsberg, Cavaliere e Signore di Oreno, andate ad avvisare l’abate del mio arrivo e fatelo in fretta se non volete avere noie."

risposi sospirando alla sentinella che non accennò minimamente a muoversi.
Rimasi a guardarla stupito, credendo che non mi avesse sentito quando con la stessa voce stridula di un momento prima, gracchiò:

"E chi mi dice che state dicendo il vero? Chi mi garantisce che siete chi asserite di essere. Mostratemi una prova ed io vi lascerò entrare."

Il vento gelido non accennava a diminuire ma al contrario, sembrava si incanalasse tutto nella sede del portone tentando di strapparmi il mantello che debolmente vi resisteva.
Avvilito, ma soprattutto infreddolito, tornai al cavallo ed estratta la spada, la porsi alla cornacchia dietro la porta, mostrando il blasone inciso sull’elsa, dicendo:

"Spero possa bastare per indurvi ad andare a chiamare l’abate, prima che io ed il cavallo congeliamo qui fuori e voi ne sarete il responsabile.".

Lo spiraglio di luce si dissolse nel buio e prima che potessi proferir parola, un sordo rumore metallico fece intendere che il portone stava per essere aperto ed io feci un passo indietro in attesa che questo venisse spalancato e fossimo potuti entrare nell’abbazia.[/rp]

Sbatto le palpebre alla luce mattutina che filtra nel salone e la mano tremante rimane a mezz’aria, tenendo tra le dita la penna dal quale una goccia di inchiostro cade sulla pergamena allargandosi .
L’immagine del portone che si apriva rimane impressa nella mia memoria, ma come il portone si stava aprendo dinanzi a me, la mia mente si sta chiudendo al flusso dei ricordi, lasciandomi a fissare la pergamena. Un gemito mi esce dal profondo della gola e lo ricaccio immediatamente indietro. Voglio alzarmi ma ho paura di scacciare via le immagini ancora di più, ma il vuoto che mi si allarga nella mente mi fa presagire che non ricorderò presto. Raccolgo il bastone poggiato accanto a me ed issandomici, mi sollevo dal tavolo e riprendo a passeggiare lentamente, claudicando debolmente. Esco di nuovo, portando con me la pergamena e l’inchiostro però. So che il ricordo, come facilmente è fuggito alla mia mente, così repentinamente sarebbe potuto tornare e non voglio farmi cogliere impreparato. Soni un cavaliere dopotutto, vecchio ma pur sempre un cavaliere. Apro la porta ed il sole mattutino mi investe scaldandomi dolcemente ed il tepore che mii giungeva al viso mi fa sorridere.
I colori della campagna incorniciano la casetta in cui vivo i meii ultimi anni, rendendola piacevole da abitare e le piante di cui mi prendo cura rendono il giardino ancor più bello. L’aria è tersa e gli uccelli sfrecciano in cielo rincorrendosi e danzando tra i rami degli alberi e cinguettando allegramente salutao la primavera che è alle porte.
Mi siedoe ad una panca appena fuori la porta e rimango ad osservare l’orizzonte, fissando un punto non definito dinanzi a me. Sonnecchio, placido e tranquillo, un sonno senza sogni, leggero ed un debole vento si alza tra le fronde degli alberi. Con gli occhi chiusi, rimango ad ascoltare le voci che esso produce tra i rami, riposando senza muovere alcun muscolo quando una folata più violenta di vento, prende a far cigolare il cancello posto all’ inizio del vialetto di accesso. Un suono come di un lamento, rugginoso e penetrante che si insina nella mia mente. Ha l’effetto che desidero ed ecco che nella mente l’immagine del portone che andava sbiadendo, riprende forma e colore diventando nitida, Riesco a distinguere ogni nodo nel legno, ogni scheggiatura, l’odore del legno che emana da esso ed il ricordo torna forte e vivido scuotendomi e ridestandomi.
Srotolo la pergamena sulla panca, intinngo la penna nell’inchiostro e mi appres0 a riprendere la scrittura da dove l’ho interrotta.

[rp]I cardini ruotavano stridendo e la figura dell’abate, ammantata in difesa del freddo, si profilò dinanzi a me. Riverentemente mi inchinai salutandolo ed a un suo cenno, attraversai il portone entrando finalmente nell’abbazia. Lanciai un occhiata alla sentinella e gli consegnai il cavallo, poi seguii l’abate che si era incamminato nel chiostro verso la foresteria. Lo seguivo guardandolo da sotto il cappuccio che mi ero risollevato, non riuscendo a non sorridere del suo buffo aspetto. Grassoccio e rubicondo, la sua figura rivelava la condizione di uomo agiato in cui viveva, tradendo il suo attaccamento alla buona tavola. La chierica che sovrastava il suo capo era rossiccia, sintomo del buon bere ed il passo incerto faceva intendere che da poco aveva smesso quella attività e che il mio arrivo non era atteso che per il mattino seguente, ma feci buon viso a cattivo gioco e feci finta di non notare nessuno di quei dettagli che invece la mia mente aveva colto subito.
Entrammo nella foresteria, dove in un angolo in un gran camino, una quantità enorme di legna ardeva spandendo nell’ambiente un calore tale da stordire chi vi si fosse attardato per più di qualche minuto. Calai il cappuccio dalla testa a quel calore e fui grato all’abate di avermi condotto lì, ma desideravo allontanarmi al più presto, prima che il sopore avrebbe colto anche la mia di mente ed io non potevo permettermelo, ameno per il momento.

”Padre, vi ringrazio per la gentile accoglienza e mi scuso per l’ora tarda, ma sono avvezzo a cavalcare nella notte e non potevo attendere oltre.”

dissi rivolto al monaco che si era invece seduto accanto al camino e che, allungando le mani, si scaldava al fuoco.

”Non preoccupatevi Emrys, qui siete il benvenuto, vi auguro di sentirvi presto come a casa vostra. Ora riposate, il viaggio sarà stato lungo e faticoso. Prendete del cibo e dormite per quel che resta della notte e domattina ci incontreremo ancora.“

mi rispose benevolo il monaco e me ne rincuorai, poi alzatosi uscì da una porta laterale lasciandomi solo. Il fuoco crepitava, mandando scoppiettii e ben presto la fatica prese il sopravvento facendomi cadere in un sonno profondo. Mi svegliai all’alba, quando la luce del sole prese a filtrare dalle imposte giungendo ai miei occhi. Mi sollevai e con mio grande sollievo notai che il fuoco si era spento lasciando l’ambiente gradevolmente tiepido e non stordente come la notte passata. Alzandomi in piedi, sgranchii le gambe ed attivai la circolazione iniziando a passeggiare nel grande stanzone che, notai, era appena a ridosso del convento vero e proprio. Dalla chiesa giungevano i canti dei monaci raccolti in preghiera e ben presto iniziai a chiedermi se qualcuno fosse finalmente giunto per condurmi al promesso incontro con l’abate. Seduto rimuginavo, quando la porta si aprì ed apparve di nuovo l’abate, con un aspetto decisamente migliore rispetto a quello della sera precedente. Mi rivolse un cenno di saluto poi mi fece cenno di seguirlo ed io prontamente lo feci. Mi condusse in un dedalo di corridoi stretti e bui, in un percorso che da solo , difficilmente avrei replicato, camminando veloce, passo dopo passo, senza sosta fino a che giungemmo nel luogo per cui ero partito e per cui avevo lasciato il mio castello, la biblioteca.
Alti scranni erano allineati alla perfezione ed su di ognuno di essi, un monaco era intento al suo lavoro amanuense, assorto nella copiatura e nella preghiera. Il silenzio regnava sovrano e nessuno osava infrangerlo. Seguendo l’abate giungemmo in una stanzetta attigua alla biblioteca vera e propria e lì potemmo finalmente scambiare due parole.

”Orbene”

esordì l’abate bisbigliando

”Mostratemela ora ed avrete il permesso di consultare la biblioteca più famosa e diciamo fornita del regno, per poter giungere poi alle vostre conclusioni.”

Lentamente estrassi la pergamena dalla cintura alla mia vita e la srotolai dinanzi al monaco che alla sua vista, trattenne rumorosamente il fiato.
Appariva antica, ma conservata in ottime condizioni ed il disegno che vi era su vergato lasciava chi lo guardasse senza parole, così come lo eravamo noi in quel momento. Traccio una bozza di quella che era la pergamena per farvene avere un idea, ma non ne sarò sicuramente all’altezza.
Comunque era fatta così.

L’abate la strappò avidamente dalle mie mani, girandola e rigirandola nelle sue, carezzandola, palpandola, quasi a saggiarne la consistenza e quindi la sua autenticità. Nei suoi occhi una domanda riluceva ed io non avevo nessuna intenzione di rispondervi e quindi mi limitai ad osservare come lui la pergamena. Dopo un attimo che sembrò eterno, la riavvolse e me la riconsegnò delicatamente per timore che potesse sbriciolarsi davanti ai nostri occhi.

”Mi raccomando non disturbate i monaci e rimettetevi sempre e comunque ai comandi del bibliotecario. Vi lascio ora, siate prudente in ciò che scoprirete e in ciò che poi direte di aver scoperto”

e se ne andò ai suoi impegni, lasciandomi nella saletta da dove entrai in biblioteca.[/rp]

Una nuvola oscura il sole con il suo passaggio e l’ombra che proietta mi riporta alla realtà, lasciandomi ancora una volta con un immagine fissa dinanzi agli occhi di un tempo che fu, un immagine presa dalla mia biblioteca di ricordi di una vita che lentamente sta volgendo alla sua fine.
Lente lacrime iniziano a scendere copiose dai mieii occhi, inumidendomi le rughe per correre poi giù, tra i fili della grigia barba.
Ho affrontato la vita con coraggio, affrontando pericoli e vivendo gioie e dolori e con quella bibblioteca piena di ricordi, andrò incontro alla morte, certo che, quando sarà qui giunta, per me sarà l'ultima delle mie avventure.[/rp]
Autore: Emrys77





[rp]
Quando il dolore rende uguali


Un’aurora di un lontano anno del signore 1071, appena iniziato, vide fremere dalle fondamenta il Castello di Canossa mentre il buio che lo aveva tenuto prigioniero fino quell’istante, si dissolveva mano a mano che i primi raggi di sole annunciavano timidamente il proprio arrivo all’orizzonte.

La natura, ignara di quanto avveniva all’interno del maniero, dettava i suoi percorsi come sempre. La nebbia iniziava a salire mollemente dal lago rendendo l’aria palpabile al tocco umano, stormi di uccelli percorrevano indisturbati la volta celeste disperdendosi aldilà delle pendici montuose, che senza remore alcuna lambivano il cielo ancora carico di stelle mattutine.

Un bagliore si levò dal Castello. No, a guardare bene più che un bagliore era un fuoco fermo, un fuoco spento che levandosi dalle mura, indisturbato, fluttuava nell’aria con movenze leggiadre. Il volo era simile al svolazzare delle farfalle nel vento, ma determinato nel raggiungere la sfera celeste e da lì le ultime stelle che nell’ albeggiare dirompevano nel cielo indiscusse. [/i]




Dentro le mura del maniero, nelle stanze del palazzo, Matilde giaceva inerme nel proprio letto.

Gli occhi sbarrati nel vuoto.

Nessuno mai avrebbe potuto lenire il suo dolore, che come un aspide le succhiava lentamente il cuore.

Un dramma si era consumato quella notte. Beatrice, la piccola nata da pochi giorni si era spenta, così come si spegne la fiamma di una candela, lasciando Matilde in una tale prostrazione che la mente umana, se non attraversata dal medesimo dolore, non può mai concepire.
L’infuso, in un misto di melissa, biancospino e valeriana, preparato dal cerusico e ingurgitato tutto d’un fiato le procurò stordimento e condusse la sua mente a uno stato soporifero tale da farle percepire la morte della propria bambina come qualcosa di irreale di mai avvenuto .


Matilde distesa, quasi inerme sul medesimo letto che giorni prima la vide concepire Beatrice, udì la porta aprirsi e subito dopo un frusciare di vesti.

Due occhi ammantati di pietate la scrutavano dall’alto.

Erano gli stessi occhi che due anni prima le avevano chiesto, con impeto e forza, di compiere un passo importante per la propria vita. La mente di Matilde, rapita dal ricordo, ripercorse tutta la scena che si era svolta a Canossa, quando la madre la Duchessa Beatrice di Lotaringia le chiese di unirsi, senza remore alcuna, in matrimonio con Goffredo il Gobbo.

- “L’unione con il tuo fratellastro, così come fu sancita nel mio contratto matrimoniale con il duca di Lotaringia, è un atto di fedeltà verso il Papà e di attenzione per l’Impero.

Tale gesto, di indiscussa importanza politica ed economica, favorirà, su tutta l’Europa, la tua superiorità diplomatica.
Inoltre, sposando Goffredo avrai, tra le tante cose, il merito di consolidare in un'unica mano il ducato della Tuscia e il ducato della Lotaringia. Grazie a questo matrimonio, figlia mia, non saranno divisi i possedimenti delle rispettive famiglie.


Tenendo le mani della propria figlia tra le sue e con lo sguardo fermo dal quale traspariva la fierezza della propria stirpe aggiunse:

- “Sono cosciente del sacrificio che ti sto chiedendo perchè conosco le fattezze di Goffredo. La gobba e il gozzo lo rendono ripugnate agli occhi teneri di una fanciulla. Ma tu sai bene qual è la bellezza che conta in questo nostro mondo . E Goffredo, credimi figlia, conduce nel proprio cuore la delicatezza dell’amor cortese. Quell’amore per cui tu diverrai pari ad un angelo. Vedrai, figlia mia, la devozione verso te sarà totale ed estrema”.

Con un sussulto Matilde si trovò di nuovo nella propria camera, gli occhi della Duchessa Madre sbarrati su di lei e un peso sul cuore che non le lasciava vie di fuga.
Le parole compassionevoli della Duchessa sussurrate quel triste giorno non riuscirono comunque a lenirle la sofferenza.

- “Oh figlia mia, mio dolce mio petalo di rosa, vedrai il Signore Iddio avrà compassione di te e ti renderà madre di tanti splendidi bambini che diventeranno forti e coraggiosi come te.
Vedrai figlia ”
disse segnandosi con il simbolo della croce“ il signore te ne renderà merito.”.

Poi accarezzando con un gesto affettuosi i capelli di Matilde, aggiunse:

- “Mia cara, ho pensato, com'è usanza tra i nobili, di costruire nell'Appennino Modenese a Frassinoro un monastero e dedicarlo alla piccola anima. Così scriverò sulla stele d’ingresso al monastero "Per la grazia dell'anima della defunta Beatrice mia nipote".


Altri occhi, quel funesto giorno, si posarono su quelli di Matilde. Erano gli occhi di Goffredo, il marito. Questi trascinavano nell’azzurro dell’iride, il ricordo ancora vivo e prorompente che anni prima legò i due cuori increduli.

La memoria di un incontro avvenuto pochi anni prima, prese materia:







Le rose erano sovrane nei giardini del Castello di Canossa e Matilde si attardava a raccoglierle o ad ammirarle estasiata.

Ne respirava il profumo, ne godeva delle loro delicate forme.

Ad un tratto con la coda dell’occhio si accorse che un individuo dalla cima delle scalinate, che dal Castello conducevano ai sottostanti giardini, la scrutavano.

Quella invadenza le procurò uno strano stato d’inquietudine, ma impose a se stessa di non curarsene e di proseguire nella passeggiata tra i roseti … e così, senza indugio, si dimenticò di lui .

Così assorta nei propri pensieri, fece ritorno alle sale del palazzo del castello, con in braccio le rose da poco recise. Ed ecco che, quella figura, le si palesò dinanzi.

Era la medesima figura che aveva visto in cima alla scalinata.

Fu un attimo e Matilde incrociò i suoi occhi. Fermi come l’orizzonte, limpidi come il cielo d’estate, cristallini come l’acqua di un torrente. Di quegli occhi Matilde ne rimase immediatamente rapita.

Dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima, e così fu per Matilde. In una frazione di secondi ella vide in quegli occhi tutto l’incanto dell’amor cortese che quell’uomo era disposto ad offrirgli. E poco valeva l’aspetto incurvato della schiena e il bozzo sotto il mento.

- “E’ lui” pensò ancora con gli occhi dentro ai suoi occhi “E’ il mio promesso sposo”.

Goffredo assecondando i palpiti del proprio cuore, si avvicinò e s’ impadronì delle mani di Matilde che mise tra le sue.

Matilde rimase muta senza parole … e le rose che cingeva le scivolarono lentamente, una per una dalle braccia.

Mentre negli occhi di Goffredo, chiari come l’acqua, dirompeva lo stupore, il medesimo stupore che aveva Matilde nell’essere accarezzata dallo sguardo del suo promesso.





Ma torniamo a quell’anno del Signore 1071, appena iniziato, quando gli occhi di Goffredo, pietosi, si posarono sugli occhi di Matilde, che stillavano lacrime di amaro dolore:

- “Potrai mai perdonarmi Goffredo? “ Chiese con un fil di voce Matilde al suo sposo.

- “Non assumerti nessuna responsabilità, mio adorato amore, il nostro angelo è stato chiamato da Dio. Noi ne avremo altri! Tanti altri!”. Le rispose in tal modo Goffredo, accarezzandole il volto con le mani “ Ora riposa mio dolce amore, io starò qui al tuo capezzale a vegliarti per un po’. “.

Una stella, la notte seguente , si staccò dal firmamento e lo attraversò con ali di porpora e d’oro raggiungendo il Castello di Canossa. Si adagiò sui merli del torrione. Brillò ancora per un po’, poi dolcemente si spense.

Matilde dalla propria finestra notò quasi subito quella splendida luce e il suo cuore, nell’incanto del momento, ne ebbe sollievo. Matilde credette fermamente che quella minuscola stella fosse lo spirito della piccola Beatrice che prima di diventare angelo tra gli angeli le regalava l’ultimo saluto.




[i]In questo breve tratto di vita romanzata di Matilde di Canossa, si vuole dimostrare che, se pur ella fosse Duchessa e al contempo Marchesa, di stirpe Longobarda di alto lignaggio provò per la morte della propria figlia una sofferenza tale che la rese uguale a tutte le donne, anche di umili origini, che come lei subirono, loro malgrado, la perdita di un figlio.

E’ proprio vero, signori miei, il dolore ci rende uguali.

Fine.
[/rp]
Autrice : Betelgeuse
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:33

Emanuele_corleone ha scritto:
[rp]
                Bussavano alla porta...


Bussavano alla porta.
Insistentemente…
Uno, due, tre, quattro colpi sul legno… suoni fastidiosi…

Edoardo si alzò malvolentieri dalla sua scrivania, stava preso dallo studio di un libro particolarmente difficile.

Signorino! Quando me la dà la pigione?Eh, son due giorni che é in ritardo!
Una donna mal vestita, esclamò scocciata, appena il ragazzo aprì la porta.

Scusatemi, avete ragione, in effetti me ne ero scordato, ora provvedo subito!
Così dicendo prese una saccoccetta e ne tirò fuori tre soldi.

Ahh, ma voi signorino vi scordate pure di mangiare, siete troppo magro!
Per ora chiudo un occhio, ma poi basta con queste dimenticanze!

Rispose la padrona della piccola stanza sotto il tetto che occupava il giovane e poi tolse velocemente il disturbo.

Edoardo emise un respiro di sollievo, poi contò i soldi rimasti.
Non si sarebbe potuto permettere di comprare del pane quel giorno se voleva pagare la pigione anche per il mese prossimo.
Non si ricordava più quando aveva mangiato l’ultimo pezzo si pane raffermo e i vestiti gli stavano ormai tutti troppo larghi, come se fosse una stampella.

Doveva assolutamente finire gli studi per diventare parroco e poi tutto sarebbe cambiato; avrebbe avuto una chiesa e parrocchiani che si sarebbero presi cura di lui, non avrebbe più sofferto la fame!

Fame ? Si rese conto che il suo stomaco non brontolava più, abituato ormai a non ricevere cibo.

Il parroco aveva organizzato una questua, racimolando quel tanto che aveva permesso ad Edoardo di andare a Modena per studiare ma ora era arrivato agli sgoccioli e doveva risparmiare.

Lo studente cercò di non pensare ai suoi problemi e si rimise chino sui libri ma si addormentò per la debolezza subito dopo.

Passò una notte strana:
Sognò di stare dentro una galleria che diventava sempre più luminosa e una persona, un vecchio, lo esortava a seguirlo dall’altra parte dove s’intravedevano prati fioriti, campi coltivati e gente felice che ballava.
Lui non voleva andare, aveva ancora tanto da fare!
Si voltò quindi e corse indietro fino a tornare nella sua stanzetta piena di libri, svegliandosi madido di sudore.

Bussavano alla porta.
Insistentemente…
Uno, due, tre, quattro colpi sul legno… suoni fastidiosi…

Il giovane sospirò sonoramente e alzandosi un po’ dolorante andò ad aprire.
Si ritrovò davanti ad un vecchio che assomigliava leggermente all’uomo visto in sogno.

Salve giovanotto!
Mi presento sono Golfredo e sono stato mandato dal vescovo.
Il monsignore è preoccupato per le vostre condizioni fisiche dato che è venuto a sapere della vostra esagerata magrezza e sono qui per prendermi cura di voi; non avrete più problemi d’ora in avanti, sempre se mi fate entrare…

Esclamò l’uomo mentre portava due borse piene di cibarie per le mani.

Edoardo era molto sorpreso.
” Aristotele mi ha preso a benvolere!” pensò contento.

Prego, prego ... entrate.
Fate pure come se foste a casa vostra!

Rispose il giovane mentre si faceva da parte per far passare il vecchio.

Poi ripensò alle parole dell’uomo e vide gli ossicini striminziti che aveva al posto delle braccia e delle mani ...
Non se ne era accorto di essere così magro!

Il vecchio era molto simpatico e mentre preparava da mangiare, non smetteva di parlare e raccontare aneddoti simpatici riguardante la curia episcopale.
In poco tempo aveva tolto i libri dal tavolo e imbastito un pranzo luculliano:
Frutta, pizza croccante, della carne affumicata, un’abbondante porzione di prosciutto e per finire una bella fetta di torta, il tutto annaffiato da una bottiglia di buon vino rosso.
Il giovane felice si buttò sul cibo e in men che non si dica aveva spazzolato ogni cosa.
Si sentiva notevolmente meglio e a pancia piena si addormentò, questa volta sul letto.
Al suo risveglio la stanzetta era stata messa in ordine ma il vecchio era scomparso.
Il ragazzo si rimise a studiare con rinnovata energia e riuscì a terminare facilmente un capitolo che prima aveva trovato ostico.

Dopo una tranquilla nottata, Edoardo si svegliò trovando il vecchio che preparava una magnifica colazione, migliore della precedente.
Tutto si ripresentò come il giorno precedente; il ragazzo studiò sempre con grande lena e andò a riposarsi felice nel suo letto.

La mattina, in quel preciso momento che precede la veglia, il giovane ebbe una strana visione:
Un viso di donna, perfetto di lineamenti, con morbidi boccoli che ricadevano mollemente sul cuscino, era vicinissimo alla sua faccia.
Poteva addirittura sentire il respiro della giovane, poi lei aprì gli occhi cerulei, sbadigliò e si alzò dal letto.

Edoardo si pizzicò, chiuse gli occhi, li riaprì e la visione era scomparsa.
Si alzò dal giaciglio, si lavò la faccia con acqua fresca e poi attese la venuta di Golfredo.
Ora lo stomaco brontolava dalla fame e quando arrivò l’uomo col pranzo, il giovane si dimenticò di ogni cosa per dedicarsi alle gioie della tavola.

Antonia aveva avuto fortuna... era felicissima!
Non era facile di quei tempi trovare non uno ma due lavori:
Lavandaia e ricamatrice.
Inoltre aveva trovato una stanzetta a poco prezzo!
La vita gli sorrideva e felice cominciò a sistemare il locale preso in affitto.

Buttò delle cartacce, spolverò, lavò bene per terra, buttò il vecchio e informe materasso di crine e al suo posto ne mise uno nuovo che aveva portato con sé quando aveva abbandonato la natia casa per tentare la fortuna in città.

La madre lo aveva appena fatto per lei usando la lana delle loro pecore e il padre aveva aiutato a metterlo sul carretto insieme ai bauli contenenti la biancheria e i pochi vestiti.

Finito di sistemare, mise delle tende alle finestre e fiori dentro una vecchia caraffa che aveva trovato nel piccolo appartamento.

Poi crollò stanca sul letto.
La notte era passata tranquilla ma al risveglio sentì uscire degli strani cigolii provenire da un punto vicino al suo letto ma dalla parte opposta di dove stava lei.
Quando si alzò sbadigliando andò a vedere ma non trovò nulla.

“Saranno i topi! Mi devo ricordare di mettere il cibo nella madia per evitare di farglielo rosicchiare.” Pensò un poco infastidita dalla presenza delle bestiole, aveva sperato che in città non ce ne fossero...

Passarono alcuni giorni durante i quali Edoardo pensò solo allo studio, mentre a nutrirlo pensava il vecchio Golfredo.

Il giovane prese a conversare amabilmente con l’uomo che era esperto di filosofia e teologia.
A quanto pare aveva fatto il precettore e ora, in vecchiaia, era stato preso in simpatia dal vescovo che lo aveva assunto come uomo di fiducia.
L’uomo rispondeva volentieri ai quesiti che gli rivolgeva Edoardo, bisognoso com’era di apprendere e di capire le basi dell’aristotelismo.

Signorino Edoardo, che ne dite di uscire un poco?Questa giornata è troppo bella per restare in casa, Andiamo!
C’è un prato lungo il naviglio che mi piacerebbe mostrarvi, là poi se volete, possiamo discutere di teologia.

Golfredo esclamò una mattina e tanto fece che convinse il giovane a seguirlo.

Ormai non era più tanto magro e riuscì facilmente a fare le scale per scendere.
La gente quasi non notava i due, presa dai pensieri e dalle cose da fare; dovettero più di una volta cedere il passo per non essere travolti dai passanti.
Si sa, le città sono così e non è facile abituarsi per la gente di campagna.
Modena non era da meno.

In quel momento al ragazzo venne un colpo:
Vide la donna della sua visione avvicinarsi a lui camminando spedita; in braccio aveva dei panni e velocemente si diresse verso il suo stesso palazzo, entrando nel portone.

“Ah che ci farà là quella donna?” Pensò sorpreso il giovane ma Golfredo lo guidò in mezzo alle vie distraendolo e quando arrivarono finalmente al prato, il giovane costatò che il vecchio diceva il vero:
L’acqua del canale scorreva placida, formando un’ansa dove la corrente era meno forte.

In quel punto cresceva una grande varietà di piante fiorite, cosa insolita perché la primavera non era ancora giunta.
Il posto era di stimolo alla fame culturale ma anche a quella fisica del giovane che Golfredo riuscì a calmare fornendo risposte sensate per la prima e cibo, sotto forma di pagnottella, per la seconda.

Dopo i primi giorni di entusiasmo, per la giovane Antonia cominciò un periodo stressante.
Gestire due lavori del genere, non essendoci abituata, non era facile.
Finito il lavoro al fiume e steso i grandi lenzuoli, la aspettava il ricamo che doveva finire nei tempi previsti se no, non era pagata.

Un giorno correva a casa con i panni in braccio, quando sentì una strana sensazione:
Le sembrava di essere osservata ma giunta al suo portone, si girò e non vide nessuno.
Gli stavano succedendo delle strane cose!
Ogni tanto sentiva degli scricchiolii nella sua stanza, ma dei topi nessuna traccia.

Inoltre a volte, quando dava un occhio distratto allo specchio, notava riflesso una macchia di colore informe che sembrava un volto, per poi scomparire subito dopo.

Edoardo era in dormiveglia quando vide davanti a se di nuovo quella ragazza.
Stava davanti ad uno specchio e si provava un vestito…era bellissima!
I lunghi capelli colore del grano spiccavano sull’azzurro della stoffa.
Sembrava un angelo!
Come sempre la visione durò un attimo e svanendo lasciò in lui un’insolita sensazione.
Ora aveva voglia di rivederla.

La ragazza continuava a sentirsi osservata, c'erano strani rumori e macchie di colore scuro che si riflettevano sugli specchi.
Provò a far benedire la stanza dal parroco locale senza risultati.
Arrivò pure a farsi vedere da un esorcista, ma il prete non trovò nessun demone in lei.
Cosa le stava capitando? Era molto preoccupata per la sua salute mentale.
Un giorno trovò sul comodino una cosa che la fece sorridere e in parte la tranquillizzò:
Un cuore formato con le sue forcine.
Lei si ricordava di averle riposte a caso la sera prima e quindi non era pazza, c’era veramente qualcuno in quella stanza!

Edoardo aveva finalmente finito i suoi studi; aveva scritto anche la tesi.
Golfredo aveva visionato il tutto, dando il suo parere favorevole.
Il giovane avrebbe avuto la sua laurea in teologia a breve.

Prima di andare insieme dal vescovo per la consegna della pergamena, il vecchio volle portarlo nel posto vicino al canale Naviglio, per festeggiare con una colazione sul prato.
Il giovane accettò di buon grado, quel posto lo rendeva particolarmente sereno, la mente si schiariva e comprendeva meglio ogni concetto che fino a allora gli risultava ostico.

I fiori riempivano l’aria di profumo mentre le api scorrazzavano ronzanti tra uno e l’altro, gli uccelli cinguettavano e si sentivano i grilli frinire.
A Edoardo girava un poco la testa e fece appena in tempo a sedersi sull’erba prima di cadere; chiuse un attimo gli occhi, si concentrò sui suoni e subito si sentì meglio.

Nel momento in cui Il Vecchio cominciò a parlare, i suoni divennero man mano più deboli permettendo al giovane di fare attenzione al discorso.

Edoardo... ora devi starmi a sentire bene, non sarà facile spiegarti tutto ma ci proverò.
Sei arrivato al traguardo che ti eri prefissato, ti sei laureato finalmente!

Però per giungere a questo avevi tralasciato cose importanti:
Nutrivi solo la mente e non davi cibo al tuo corpo e al tuo spirito.

Ti ricordi quando sono arrivato a casa tua per la prima volta?
Ecco, tu eri appena morto di consunzione.

Ebbene si caro ragazzo, morto…ma eri talmente preso dalla tua fissazione che non te ne sei voluto accorgere e hai pensato che si trattasse di un sogno quando ti accolsi e ti volli portare con me nella luce.


Il giovane stentava a crederlo ed esclamò concitato:
Ma com’è possibile?Io tocco questi fiori, questa terra, come possibile che sono morto? Io sono vivo, che ditee!!

Il vecchio con pazienza gli rispose:
Ragazzo, ora non siamo nella dimensione materiale, ma in una molto vicina, chiamiamola realtà separata oppure purgatorio; una sorta di limbo tra i mondi, dove le anime a volte, si rifugiano quando non riescono a recarsi nei mondi superiori.

Tu ti chiederai perché non ti ho fatto questo discorso prima, ebbene non mi avresti ascoltato…dovevi prima finire il compito che ti eri prefissato.
Il mio compito invece è stato quello di starti accanto e nello stesso momento fornirti cibo per il corpo, anche se ormai astrale e per il tuo spirito.
E devo dire che ci sono riuscito!
Hai compreso tanti concetti che prima non avresti mai neanche immaginato, sei cambiato al punto di sentire un sentimento meraviglioso: L’amore!
L’amore muove i pianeti, il sole e tutto l’universo.


Golfredo s’interruppe sorridendo e il ragazzo né approfittò per chiedergli:
Maestro, parlate di quella ragazza?Ma chi è?Dove posso trovala?
Ancora sorridendo il vecchio rispose:
Quella ragazza sta nella dimensione materiale, occupa la tua stanza da quando sei passato a miglior vita.
Sei riuscito in qualche modo ad arrivare a lei, capita a volte da questo limbo.
Antonia, questo è il suo nome, ti ha percepito come di solito si fa con i fantasmi.
In effetti, ora lo sei…un fantasma, diciamo…uno spirito che si deve liberare.
Ora però lo puoi fare, anzi hai due possibilità:
Venire con me nei mondi superiori ... oppure tornare sulla terra come spirito guida.
Puoi aiutare Antonia a fare le scelte giuste e quando lei morirà, tu la accompagnerai e poi sarete insieme come spiriti complementari.
Che ne dici?
Vuoi del tempo per pensarci?


Edoardo lo fissò per un momento che parve eterno.

Il vecchio nel frattempo aveva cambiato aspetto:
Aveva la tunica come gli antichi greci e i capelli lunghi.
Ora sembrava simile alle miniature che più volte aveva osservato sui libri; quelle che raffiguravano gli antichi filosofi e teologi.
Quasi quasi, ecco…ora sembrava Aristotele!

No Maestro non occorre... ho deciso:
Voglio tornare sulla terra e stare accanto alla donna che amo.


E così sia! Esclamò Golfredo o meglio Aristotele e Edoardo si ritrovo accanto alla ragazza che dormiva tranquilla.

Anche se era uno spirito, si accorse che poteva muovere piccoli oggetti e disegnò un cuore con delle forcine.
Poi diede un bacio alla ragazza che si pose leggero come l’aria sulla gota ed ebbe l’effetto di procurarle un sonno più tranquillo.[/rp]
Autrice : Robyn




[rp]

La Bibbia d'oro


L a notte di bagordi si era protratta sino all'alba, con i ragazzi di bottega e altri amici artisti, come era consuetudine nel loro ambiente. Avevano festeggiato il termine di un'opera che li aveva impegnati per sei anni della loro vita.
Tra gli artisti era ragione di festa anche il poter disporre del compenso di un lavoro, la loro vita del resto era quasi sempre di stenti e di attese, ma le cose buone che li univano erano l'amicizia e la solidarietà.

La serata passò tra risate e schiamazzi, tra fumanti e profumati cosciotti arrostiti sul fuoco e boccali di vino Lambrusco.
Nell'attesa che la carne sulla brace cuocesse a puntino, il taverniere aveva servito ai commensali piadine e mortadella, affinché loro non esagerassero troppo con il vino, perché troppo spesso le serate in taverna terminavano mettendo a rischio qualcosa o qualcuno.

Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, i festeggianti, erano Maestri miniaturisti tra i più quotati in tutto il Ducato di Modena e Reggio e anche oltre confine, ma quella sera l'arte che aveva il diritto di scena era quella della buona cucina e del buon vino.

Il mattino dopo Taddeo aprì gli occhi e si rese conto dalla posizione del sole, che era vicino al mezzodì. Si alzò in tutta fretta, con la testa che gli doleva e vestendosi nel mentre usciva di casa e corse a chiamare Franco.
Giunto a casa del suo amico, vide che la porta non era chiusa e questo gli fece ben sperare che anche egli fosse già sveglio e gli permise di entrare senza attese...

- “Bene, sarà già pronto... Del resto oggi è un grande giorno, non si può non essere impazienti!” Pensò Taddeo mentre saliva le scale di corsa chiamandolo a voce alta. Non trovando il suo amico in altri luoghi giunse sino in camera, dove si stupì di vederlo riverso sul letto, legato ad esso da un sonno profondo.
Immediatamente capì che era passata la festa, la notte, ma non erano passati gli effluvi dell'alcol.
Taddeo era disperato perché vari e vani furono i suoi tentativi di ridestarlo, ma prima di darsi per vinto, gli sfilò gli stivali e la giacca, perché quest'ultimo si era addormentato vestito e di peso lo caricò sul suo cavallo per portarlo a rinfrescare sia il corpo che la mente, con la speranza che una terapia d'urto sortisse qualche effetto.

Scelse di scendere al fiume Secchia che era il più vicino rispetto al Panaro, evitando così di esporre troppo, l'immagine poco edificante del suo amico, al pubblico giudizio, nel passaggio attraverso le strade cittadine.
Cercò un'ansa protetta di quel corso d'acqua, che lui conosceva bene sin da piccolo e lì certo di essere lontano da occhi indiscreti, si tolse gli abiti rimanendo in braghe di tela.
Con grande fatica liberò dagli abiti anche Franco, che nel mentre continuava ad essere in uno stato di semi incoscienza.
Prese infine dalla sacca che aveva con sé, una bella manciata di sale, di sorpresa e con forza la mise in bocca al suo amico, che per ovvia reazione lo stomaco liberò.

- “Ma guarda che compito infame mi è toccato!” Lamentò Taddeo ad alta voce, per tutto il disgusto che provava da quel doveroso atto e soprattutto da quel che da esso ne derivò.

Lo trascinò poi nell'acqua fresca del fiume e lì finalmente Franco iniziò a reagire, implorando l'amico affinché lo portasse a casa, anche solo per poter morire in pace.
Taddeo indifferente alle richieste di Franco, lo portò in un punto dove l'acqua era più profonda ma la corrente non era forte, tenendolo saldamente abbracciato a sé, perché la debolezza nelle gambe di quest'ultimo e il fondo viscido del fiume non gli consentivano molta stabilità e viste le condizioni, se fosse caduto in acqua sicuramente non sarebbe più riemerso.

- “ Ti prego lasciami morire, ma non qui nel fiume!” Farfugliò tra le lacrime Franco, mentre Taddeo lo immergeva sino al collo ad intervalli regolari.

- “ Non ti preoccupare che non muori, l'erba grama non muore mai!” Rispose Taddeo, intensificando ulteriormente la stretta delle braccia attorno a quel corpo che bagnato gli scivolava via.
Poco dopo mentre cercava con lo sguardo un punto dal quale poi riemergere, si accorse che a riva una lavandaia, con il suo cesto di panni, li stava osservando con un'espressione stupita e disgustata.
Quando lo sguardo di Taddeo incrociò quello della donna, quest'ultima con disprezzo gli urlò:

- “ Sporcaccioni! Vergognatevi! Gente senza morale! Brucerete nel fuoco dell'inferno!”

A nulla servì cercare di farsi le proprie ragioni urlandole, affinché fossero udite dalla donna, ma lei indignata era fuggita, eclissandosi nel sentiero sabbioso che passava attraverso il canneto e da lì portava alla porta nord della città.

- “ Bella figura che abbiamo fatto! Complimenti!” Disse arrabbiato Taddeo a Franco...

- “Ber risaputa è la discrezione delle lavandaie!” Aggiunse trascinandolo a riva e lasciandolo disteso al sole a asciugare mentre quest'ultimo, dalla fase triste dell'ubriacatura, era passato a quella del pentimento e non finiva di chiedere scusa.

- “ Scusa, scusa...” Gli fece eco Taddeo con il fiato corto dallo sforzo appena compiuto.

- “Dopo oggi... Se non muori da solo, di ammazzo io con le mie mani!”

Nelle ore successive ritornarono a casa. Con tisane e altri artefici medicamentosi suggeriti dal cerusico, Franco riuscì a riprendersi se pur con molta fatica, ma quel giorno era speciale per entrambi e Franco doveva necessariamente essere presentabile.

I due Maestri erano attesi nel pomeriggio dal Duca Borso D'Este, al Castello degli Estensi.
Da poco tempo e per volere dell'Imperatore Federico III, Modena era diventata Ducato con Reggio e il Marchese d'Este era stato insignito del titolo di Duca.

- “Il Duca Vi può ricevere!” Disse un segretario, invitando i Maestri d'Arte, con un ampio cenno della mano ad entrare nella sala successiva, dove lui poi li avrebbe guidati sino allo studio del Duca.
Taddeo seguì il segretario e Franco seguì Taddeo, ma con un'andatura dal passo più incerto, ogni tanto l'altro si girava, per vedere di non perderlo strada, cogliendo l'occasione per lanciargli uno sguardo minaccioso... Un chiaro monito a far appello a tutte le sue forze, per non rovinare il momento solenne.

I due maestri erano emozionati perché dopo sei anni di duro e meticoloso lavoro erano giunti al termine della loro opera, ovviamente l'emozione di Franco era abbastanza stemperata nei postumi della sera precedente.

I Maestri d'Arte dell'epoca, si compiacevano che dalla fine del secolo precedente a Modena si “respirava aria nuova”, “aria di cambiamenti” specialmente in campo artistico, prima con il Marchese Nicolò d'Este e poi con gli Estensi che si erano succeduti a lui.
La città aveva visto il fiorire un po' ovunque di numerose autentiche opere d'arte e questo nonostante che sino a pochi anni prima fosse ancora feudo di Ferrara.

- “Maestri, che piacere vedervi!” Il Duca li accolse con un caloroso saluto.

- “ Il piacere è nostro Duca! E soprattutto è un onore per noi aver lavorato per la vostra persona ed essere qui in questo momento!” Disse il Maestro Crivelli guardando il Maestro Dei Russi e cercando un suo assenso. Dei Russi accennò ad un sorriso e annuì con la testa, sentendo però che sarebbe stato veramente troppo, visto il suo equilibrio precario, oscillare una una volta di più il capo, che già aveva delle oscillazioni proprie e interne.

Entrambi i Maestri si compiacerono che il Duca d'Este osservasse con curiosità e impazienza, l'involucro che recavano al loro seguito.
Era chiaro che anche il Duca avesse grandi aspettative! Forse dopo i lustri dei suoi avi, voleva qualcosa in più o forse qualcosa di diverso da lasciare ai posteri, a futura e indelebile memoria del suo Ducato.

Il Duca Borso d'Este era un uomo che pur mantenendo il proprio ruolo istituzionale, riusciva senza problemi ad esternare le proprie emozioni e comunque l'informalità di alcuni suoi atteggiamenti, non pregiudicava assolutamente la sua autorevolezza.

- “Prego, appoggiate il Vostro lavoro su quel tavolo!” Disse il Duca indicando una tavolo, sul quale faceva bella mostra si sé un leggio in legno di noce, con fini cesellature e inserti in madreperla.

Con lenti movimenti, che sembravano parte di un cerimoniale, ma che in realtà era la sua precarietà ad imporglieli, Franco liberò il prezioso libro rilegato in velluto rosso, dalla tela damascata che lo ricopriva e lo posò sul leggio, sotto lo sguardo preoccupato di Taddeo e quello perplesso de Duca.

- “A Voi l'onore Duca!” Disse il Maestro Crivelli, dopo essersi schiarito la voce per attrarre l'attenzione, ponendosi con un rapido ed elegante movimento laterale, davanti al suo amico, nel tentativo di distrarre lo sguardo dubbioso del Duca dalle palesi difficoltà di Franco.

In un religioso silenzio, che era calato improvvisamente nella stanza, il libro ritornò ad essere il centro dell'attenzione e il Duca si apprestò ad aprirlo.
Liberò la copertina superiore dai due lacci di velluto con due fibbie d'oro, che la trattenevano ed ecco che su pergamene quasi madreperlate, tanta era la loro lucentezza, miniature dai vividi colori fecero mostra di sé... I blu luminosi, i verdi vellutati, i caldi ocra, il rosso carminio che riprendeva la tonalità della copertina e poi altri ancora e tutti finemente impreziositi dall'oro.
Il Duca si chinò più volte, per ammirare meglio da vicino quel meraviglioso mondo fatto di immagini e arabeschi, che incorniciavano i testi sacri scritti in latino, con caratteri gotici dal tratto preciso, un mondo racchiuso in uno scrigno, rivestito di velluto rosso e impreziosito da finiture in oro.


- “ Mi complimento vivamente con voi! Il Libro dei Libri, non poteva avere veste più bella e più degna del suo significato! Signori... Maestri... Voi con me passerete alla storia!” Disse il Duca visibilmente compiaciuto che il suo desiderio grazie a mani abili aveva finalmente forma e colore.

Taddeo fece appena in tempo a ringraziare che sentì un tonfo alle sue spalle... Si girò e vide che Franco era riverso per terra!

- “Duca, sono spiacente di questo inconveniente ma il mio esimio collega è emotivamente molto fragile e il solo pensiero di vivere questo momento è stato per lui un'esperienza molto forte!”
Disse Taddeo,con il chiaro intento di togliersi dall'imbarazzo, soccorrendo l'amico e risollevandolo da terra.
Il Duca fu molto comprensivo e glissando sulle vere cause del malore fece accompagnare Franco dal suo segretario in un altro luogo dove avrebbe potuto ristabilirsi.

Ripresero ad ammirare il testo sacro e Taddeo nel mentre si dilungò nel far notare al Duca alcuni particolari dalle milleduecentoventiquattro pagine che componevano il libro, precisando velatamente i riferimenti biblici delle immagini... Con i Titolati ci voleva garbo nell'esprimersi, molti di loro erano persone colte, ma non tutti e far risaltare una loro lacuna poteva essere un passo arduo se non addirittura sbagliato.
Il Duca proprio in virtù della sua proverbiale intelligenza e voglia di apprendere e soprattutto capacità di ascoltare, lasciò che il Maestro con una comprensibile enfasi gli spiegasse cose che a lui forse sarebbero sfuggite nella loro completezza.

Il tempo rimase sospeso nello studio del Duca, ma non fuori dove l'imbrunire della sera aveva colorato di rosso e di blu il cielo.

- “Arrivederci Maestri e ancora Complimenti! Sicuramente avrò ancora bisogno della Vostra maestria e non esiterò a chiamarvi!” Si congedò soddisfatto il Duca D'Este al termine dell'incontro.

-“Grazie di tutto Duca! E auguri per il vostro Ducato! Sia esso immagine della Vostra nobile persona! Lunga vita a voi e all'Imperatore Federico, che ha riconosciuto i vostri meriti!” Rispose il Maestro Crivelli e dietro a lui anche il Maestro Dei Russi, che con il trascorrere del tempo e con le ultime misture assunte al castello, si era ripreso quasi totalmente dalla sbronza, conservando solo a memoria di essa un bel mal di testa.

- “Speriamo Maestro! Confidiamo nell'aiuto dell'Altissimo e nella buona sorte !” Concluse il Duca.

I due Maestri miniaturisti, con passo tranquillo e il cuore leggero, attraversavano le vie di Modena per far rientro a casa, mentre nel castello degli Estensi, sito al margine della città, il Duca al chiarore delle candele continuava a rimirare emozionato e in solitudine il suo desiderio divenuto realtà.

- “Vuoi che andiamo in qualche taverna a festeggiare?” Chiese Taddeo in tono ironico.

- “Festeggiare sì, ma in chiesa e con l'acqua benedetta!” Rispose Franco a cui la testa doleva ancora.

Con le ultime luci del tramonto, la risata dei due amici fece eco tra i vicoletti della città...





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Autore: Ser_Barney
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m.azzurra

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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:34

Emanuele_corleone ha scritto:
[rp]


LA MORTE E BASTIANO


♪♫ ♪♫

Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.

Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell'oscura morte al passo andare.

Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.

{Angelo il Menestrello}


♪♫ ♪♫

-------

Entrai nella bottega di Bastiano e vidi che lui aveva predisposto il necessario per la preparazione delle mortadelle. Sul tavolo in bell'ordine c'erano i coltelli, il sale, le bacche di mirto e i mortai.
Nella macelleria della sua famiglia questo era il suo compito, la sua arte era sopraffina, a pensarci su anche il suo mestiere aveva a che fare con me... Ma questo non ci rendeva certo né colleghi, né amici.

Bastiano era un uomo di mezza età... Diciamo uno di quelli che quando li porto via con me, la notizia fa tanto clamore e quindi è innegabile che la cosa mi dia soddisfazione.
Uno dei piaceri maggiori che provo è sentire l'odore della paura che queste persone emettono... Quelli rassegnati alla sorte non possono certo essere oggetto di un mio vanto!

Un raggio di sole entrato dalla finestra aperta si riflesse sulla mia falce.
Bastiano abbagliato dallo scintillio e visibilmente sorpreso dalla mia sinistra figura, sbiancò in viso e si riversò sul piano di lavoro in preda ad un malore, con la vena giugulare inspessita che gli pulsava vigorosamente.

- “No, no, ti prego...” Mi supplicava il mal capitato sollevandosi a fatica dal tavolo e tenendosi il petto con le mani.

Una risata uscì dalla galleria d'ossa che è la mia gola, mi avvicinai a lui e mi sedetti sul tavolo appoggiandomi alla falce.

- “Mi piacerebbe dirti che ora tu devi venire con me, ma non è così... Pare che per disposizioni dall'alto, tu mi debba seguire in un tempo quando il grande astro sarà a riposo!”

Inteso che non era quello “il suo momento” Bastiano si calmò e con lui anche il battito del suo cuore, ma a quel punto avrebbe voluto sapere quando sarebbe stata “la sua ora”.

- “ Da questo momento, ora dopo ora, giorno dopo giorno, io vivrò con te, o per meglio dire tu morirai con me!”

E così iniziò la mia vita con Bastiano... O la sua morte con me!
Dalla mattina alla sera ero in bottega con lui e la notte sedevo accanto al suo letto e vegliavo le sue notti insonni.
Sentivo che i primi giorni lui viveva in conflitto con se stesso, diviso tra la voglia di fare il più possibile per lasciare maggiori ricchezze alla famiglia e il dubbio che forse una moderazione gli potesse concedere qualche giorno di vita terrena in più.
Nelle giornate trascorse insieme ogni volta che io mi muovevo lui inizialmente mi guardava con terrore, temendo che fosse “il fatidico momento” e io compiacendomi di tutte le emozioni che vedevo rappresentate in sequenza sul suo viso, cambiavo posizione anche quando le mie ossa non ne avevano la necessità.

Successe poi qualcosa di nuovo... Con il trascorrere dei giorni, Bastiano pur mantenendo un atteggiamento guardingo nei miei confronti sentivo comunque che stava cambiando, c'erano addirittura dei momenti in cui lo vedevo distratto dalla mia presenza e quindi dalla mia incombente minaccia.

In quei giorni Bastiano stava preparando una festa e per quella occasione aveva serbato due mortadelle che lui riteneva speciali.
Nel locale accanto alla sua bottega, una mattina un carretto giunto da fuori le mura aveva scaricato due botti di vino “Lambrusco” fruttato e fermo.
Poi giunse la serata in cui la festa ebbe luogo.

- “Ci sarai alla festa?” Mi chiese lui con tono ironico e con un sorriso smorzato, ma io sapevo che non era quella la domanda e infatti con un'ironia ancora più pungente mi pose il suo vero quesito...

- “Riuscirò ad esserci anche io?” Annuii con il capo.

Era sera, una bella sera di mezza estate, c'erano poche stelle visibili perché la scena l'aveva rubata una falce di luna, indubbiamente la mia preferita!
Seguii Bastiano lungo i vicoletti male illuminati di Modena, nessuno oltre gli animali si accorgeva del mio passaggio. Giungemmo nella piazza davanti la chiesetta del suo rione, dove erano state allestite due tavole, su una c'erano ricche zuppe fumanti, saporite tome di formaggio, croccanti formelle di pane e due profumatissime mortadelle... Quelle che erano state conservate per l'occasione!
Sul tavolo accanto, le due botti di “Lambrusco” riverse e spillate, dalle quali tutte le persone munite di boccali si servivano a volontà.

Quando dei musicanti iniziarono a suonare, le loro allegre melodie furono un chiaro invito a danzare intorno al falò che qualcuno aveva acceso al centro della piazza.
Iniziarono le donne volteggiando con fare civettuolo e ironico, seguirono in modo confuso i bambini con dei cani a seguito e per ultimi si unirono gli uomini.
Bastiano mi guardò e io lo ricambiai con un ghigno e forse per la prima volta gli vidi fare un gesto che mi stupì anche se le ragioni le conoscevo.

- “Vieni a danzare, sei tu l'ospite d'onore! Posa la falce e danza tondo, tondo!” Disse indicandomi il falò.

Seguii l'invito e danzai con tutti loro, anche se loro ignoravano di danzare con me, solo i cani notando la mia presenza si allontanavano ringhiando al mio passaggio.
Io guardavo Bastiano e lui guardava me, vedevo che ogni tanto rallentava i suoi movimenti per resistere il più possibile alla fatica del movimento e a quel cuore che batteva in modo irregolare.
Resisteva per non smettere quella danza... Per non farmi smettere quella danza!
La luna aveva fatto un lungo tratto di corsa nel cielo quando la musica come il falò si spense.

- “Sono pronto!” Mi disse Bastiano.

Ci incamminammo verso l'infinito, lui al mio fianco con il capo chino e io con la mia falce che accompagnavo i suoi passi tenendogli la mia mano sulla spalla.

Bastiano ad un tratto arrestò il suo incedere, per un istante guardò nel fondo delle mie cavità orbitali e con voce strozzata dall'emozione mi disse:
- “Avrei voluto vivere ancora, ma devo ammettere che non mi sono mai sentito così vivo come da quando ho conosciuto te!”


- “Lo so Bastiano, lo so!” Risposi io invitandolo a riprendere il cammino nelle ultime tenebre della notte.

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Autore: Sean_wallace





[rp]LA PIANA DEL TESCHIO

ATTO I - PROLOGO

Frattanto che il pubblico prende posto nei gradoni del teatro, mi è obbligo presentarmi e far sì che ciascun di voi, preso atto di chi io sia, abbia facoltà di prendermi a badilate sul capo, o come è di usanza nelle taverne comunali delle calde terre italiche, a padellate sul naso, così da rendere la maschera che indosso, che invero è già brutta a sufficienza, oltremodo orripilante.
Ebbene mi inchino a voi, nobili spettatori, perché son Plautolo, commediografo e menestrello, cantore e poetante che da anni ormai vaga per le fertili terre di Modena la bella e onora con la sua voce e la sua penna i luoghi ameni e maestosi che costì si trovano. Non preoccupatevi, non farò uso del latino, giacché sono ignorante e poco avvezzo alle lingue antiche. Piuttosto canto per il volgo e con il volgo, per cui il volgare è la faretra da cui partono le mie frecce! E le mie frecce son le parole con cui colpisco i vostri cuori, munite di sottili aste come la mia penna e di punte taglienti come la mia lingua e di piume leggiadre come le mie rime. Udrete or ora cinque atti, cinque come sia giusto che siano gli atti di una commedia come si deve. Poiché tuttavia non ho trovato attori disposti a raccontarvela con mosse e sceneggiati, la storia che vi narro sarà espressa in forma di lettura di quel che accadde nella sconosciuta Piana del Teschio, luogo di sortilegi e oscuri misteri.
Ebbene in un anno non definito e in un'epoca che pochi ricordano, due eserciti si fronteggiavano con furia per conseguire un premio. Le due armate, che a malincuore sarò presto costretto a descrivervi, ogni notte, allo scoccare della mezzanotte, si radunavano al centro di una vallata, sbucando fuori dalle mura di due ridenti paeselli che della vallata costituivano gli estremi. I nomi, per quei vegliardi che ancora hanno memoria, furono Guelfia e Ghibellinia. La vallata era appunto la Piana del Teschio, dal nome di un lampione spento da secoli, la cui forma scheletrica ricordava quella del cranio umano. Erano passati troppi anni perché qualcuno ricordasse il bagliore intenso che da esso era emanato, ma tutti, giovani e vecchi, ne conoscevano il vigore supremo. Colui che infatti fosse riuscito ad accendere quella lampada avrebbe ricevuto in dote il potere su ogni cosa, sui campi e sulle stalle, sui laghi e sui frutteti, sui castelli e sulle contee che per miglia e miglia riempivano la vallata. Ed è per questo che i due eserciti di Guelfia e Ghibellinia si affrontavano con le spade sguainate e le pesanti asce brandite sopra la testa fino allo sfinimento. Ogni notte, notte dopo notte, fin dalla prima delle notti, cadevano le anime dei nobili soldati e guerrieri, che ormai da troppo tempo combattevano per quel dono che nessuno di coloro che ancora erano in vita era in grado di conoscere o comprendere. E il motivo per cui costoro bramavano tanto di raggiungere e toccare il formidabile Lampione era il fatto che i contendenti erano tutt'altro che vivi. Anime, private della libertà di godere del cielo, superavano la soglia ed erano costrette in questo conflitto. Quella luce, infatti, era la luce che le avrebbe liberate. Da quando essa era stata spenta nessuno tra i mortali e i vivi aveva potuto più vedere lo spirito dei fantasmi, ragion per cui vana era l'esistenza di costoro. Per redimersi da questa eterna maledizione ciascuno schieramento desiderava ardentemente possedere la lampada, così da dotarsi della possibilità di essere visto dai mortali e finalmente comunicare loro che era necessario che i morti venissero liberati dalle catene della non vita e della non morte a cui questi sventurati furono sottoposti. Invero erano anime di disgraziati, briganti, vagabondi, che nessuno aveva avuto il coraggio o la cura di benedire e che l'Altissimo aveva dimenticato di salvare poiché l'umana stirpe riteneva che ci fosse chi non abbisognava di tali onori e tali rispetti. I vivi, d'altro canto, ignoravano che gli spiriti dei morti lottassero per l'espiazione, godendosi invece la loro esistenza senza conflitti e senza pretese. E nulla sospettavano sull'esistenza di un tale abominio proprio sotto i loro piedi e i loro occhi annebbiati dall'ignoranza.
E in tale contesto che prende vita la nostra storia: la storia della Piana del Teschio, dove la morte aveva smesso di essere tale e la vita aveva donato al mondo solo oscurità.

ATTO II - La Tregua
- Mio Signore, Mortimer, signore dei morti di Guelfia, l'alba sta per giungere e la battaglia infuria ancora. Presto spariremo nella terra, come ogni notte, fin dalla prima notte - disse il consigliere del Re, col tono funereo di chi aveva già visto troppe volte l'esito prospettatosi.
Un uomo robusto, dalla barba lunga e ben curata, munito di una corona di rovi, su un capo bianco come la luna, scese dal suo nero cavallo di fuoco, guardò il centro della vallata, dove un alto lampione si ergeva senza che da esso promanasse alcuna luce. La furia dello scontro sembrava non dover finire mai, dato che da ore proseguiva senza che nessuno riuscisse nemmeno a sfiorare ciò per cui le due orde nemiche si fronteggiavano. Descrivere l'aspetto del re potrebbe disgustare chiunque, ma è necessario, affinché si comprenda la sua vera natura. Le sue mani, lunghe e spigolose, il suo torace e i suoi fianchi, stretti e inespressivi, il suo volto, senza occhi né lingua, il suo capo privo di capelli e di pelle, le sue gambe sottili e poco robuste, tutto ciò lasciava comprendere ciò che era e che non avrebbe voluto essere: uno scheletro, brandelli di ossa e polvere su cui barba e unghia crescevano incessantemente, al pari di tutti i suoi simili, che in quella vallata si frantumavano e si ricomponevano nella speranza di raggiungere infine il loro obiettivo tanto ambito ed amato. Ma quella notte era diversa dalle altre notti, perché quella notte il re, sceso dal suo altrettanto tenebroso cavallo, aveva deciso che il conflitto doveva volgere al termine. Sollevò il vessillo e con tutta la voce che aveva in corpo - sebbene sia difficile credere che vi fosse una cassa armonica in quell'ammasso di ossa - squarciò l'aria col grido macabro di Mortimer:
- Skeleton, signore dei morti di Ghibellinia, re dei miei nemici, chiedo di parlamentare!
Dall'altra parte della valle un simile sovrano discendeva dal proprio orrendo destriero, curioso e temerario, sollevando il proprio vessillo. Anch'egli si rivolse con la sua oscura voce con queste parole:
- Mortimer, prigioniero della non-morte, incontriamoci ai piedi del lampione!
In pochi minuti i due eserciti erano ricomposti, ciascuno nella propria metà, lasciando che il lampione fosse isolato e alla stessa distanza da ciascuno degli schieramenti. Ai piedi di una luce mai accesa si ergevano in tutta la loro decomposizione Mortimer, re di Guelfia, e Skeleton, re di Ghibellinia, accompagnati dai rispettivi scudieri e consiglieri. Fu Mortimer a parlare per primo.
- Skeleton, propongo una tregua, che duri un mese, affinché ciascun esercito possa rinvigorirsi con altri morti provenienti dal mondo dei vivi e le loro anime perdute possano appoggiare la nostra causa.
- Mortimer, vana è l'utilità di tale richiesta, ma vano sarebbe ostentare forza, dato che a nulla è valso il nostro ultimo scontro. Concedo la tregua
!
E fu così che i due si separarono, ciascuno nel proprio campo, fino a quando l'alba strappò loro il privilegio di esistere e tornassero a respirare la polvere ancora per un altro giorno.
E fu mattina, e gli uomini, tra i vivi, uscirono dalle loro tiepide case, alla ricerca della fatica del lavoro dei campi e delle botteghe, della frescura del lago o dell'ombra del frutteto e del bosco, bramosi di conseguire, prima che fosse possibile, il ristoro sereno del proprio talamo, in compagnia delle famiglie, mogli e figli, che giorno dopo giorno attendevano il ritorno del marito e padre, affinché insieme si potesse godere della serena compagnia. Nessuno sospettava che sotto terra si combattesse quell'eterno conflitto, poiché la Lampada della Morte, che nessuno osava accendere per timore dei defunti, non era bramata né tantomento posseduta dai mortali. Essi ignoravano che in quella terra, un tempo, si fronteggiassero gli schieramenti e che tale scontro fosse proseguito anche oltre la soglia.
E fu sera, il sole tramontò, la mezzanotte sopraggiunse e il canto gutturale della civetta ricordò a Mortimer e ai propri uomini che il tempo era giunto. Aprirono i loro vacui occhi ed emersero dalle naturali tombe sotto l'humus dei campi. Trascinarono le proprie stanche membra e le armi arrugginite e i vestiti ormai in brandelli e gli elmi ammaccati fino al loro accampamento, fatto di rocce e vecchi tronchi. I capi dell'esercito di Mortimer sedettero in cerchio, in attesa che il re parlasse. Essi sapevano che la tregua era solo un pretesto, ma solo ora avrebbero conosciuto il vero piano del triste signore.
- Compagni, uomini, amici. Da decenni combattiamo una battaglia senza fine. E' tempo di porre fine a queste nefandezze! - e la platea intorno esplose in un boato.
- Questa notte, la notte delle notti, un uomo, un volontario, dovrà abbandonare la valle per svolgere un compito fondamentale!
Gli uomini tacquero. Nessuno era mai uscito dalla valle. Le leggende narravano che fosse impossibile sopravvivere al di fuori di essa, che le anime rimanessero perdute e senza meta a girovagare per il mondo, in cerca della propria terra e della propria tomba. Ma nessuno osò fiatare, perché sapevano che un volontario sarebbe emerso dal consesso. E fu così! Vi era un ragazzo, un giovane scemo, un imbecille patentato, un goffo ignorante e stupido, si chiamava Ciolecco, ma tutti erano soliti chiamarlo Bue, per via del fatto che fosse morto brucando l'erba. Egli si alzò, tese il braccio e urlò: - Vado io, mio Signore!
E così fu.
La missione a costui affidata è indicibile, ma io son furbo e la maschera proteggerà la mia povera gola dalle ritorsioni dei potenti. Egli avrebbe dovuto uccidere e il Papa e l'Imperatore, conservarne il sangue e portarlo sedutastante in presenza di Mortimer, affinché si compisse un rito e Mortimer tornasse nel corpo mortale e potesse eseguire da sé i funerali di salvezza dei propri uomini e distruggere il lampione, quando tutto sarebbe stato compiuto.

ATTO III - La missione
Vi racconterò ora quanto avvenne. Vi prego di non ridere, anche se di Commedia si tratta, perché a nulla servirebbe ridere dei morti, se non a farli infuriare. Riprenderò il racconto da quando Mortimer aveva inviato il proprio uomo alla ricerca delle gocce di sangue.
Ciolecco partì gambe in spalla alla volta di Roma, all'alba di una fredda notte d'inverno, ma poiché era privo di nervi, del freddo non sentiva assolutamente nulla. Lasciava dietro di sé le impronte sulla neve, ma i mortali erano indaffarati a dormire e ciò lo rendeva a loro inesistente. Raggiunse Roma seguendo le indicazioni che i propri compagni gli avevano affidato nella maniera più semplice possibile: - Segui la strada, quando arrivi a una porta, oltrepassala, e continua a seguire la strada, finché non trovi un grande anfiteatro, poi seguila ancora e quando vedi un tizio vestito di bianco, sai che è il papa!
Ciolecco impiegò 7 giorni ad arrivare. Non mi dilungo nel raccontare le vicende che ha dovuto compiere per comprendere che l'anfiteatro non andava visitato, né che il medico indaffarato a dissezionare un cadavere non era in realtà il papa. Sta di fatto che al tramonto del diciassettesimo giorno mise piede dentro la Basilica di San Pietro, dove il Papa, con tutto il suo panzuto e corrotto seguito, celebrava Messa.
Ciolecco attese che arrivasse la notte, poi seguì il papa nella sua sontuosa dimora e rimase in ascolto, così che potesse attendere il suo ronfare.
E ronf, ronf, ronf... Stava dormendo. Scostò la porta, superò la soglia e vide sul letto ricoperto di lane e sete pregiate un obeso signore di mezza età, stempiato e probabilmente mezzo ubriaco, a sentirne l'odore. Si sa, i prelati adorano i vizi. Avanzò, passo dopo passo, in tutto il suo scheletrume, fino a quando fu a contatto con le coperte. Stava per pugnalarlo con un pugnale speciale che Mortimer aveva consegnato al ragazzo. Stese il braccio, lo sollevò alto sopra il pancione, gettò un urlo e... il Papa si svegliò di soprassalto, iniziò a tossire come un indemoniato, vomitò perfino il vino della sera prima. Si toccava il cuore, stava per avere un infarto, gemeva e gridava "Aiuto, aiuto, salvatemi". Ciolecco cadde all'indietro, frantumandosi in mille pezzi. Il pugnale scivolò sotto il letto e in pochi secondi molti prelati, preti e cardinali erano dentro, schiamazzando e creando baccano un po' ovunque. Anche le guardie entrarono, chiedendo che nessuno toccasse il corpo ormai morto del Papa.
Ciolecco era invisibile a tutti, ma il pugnale no! Come avrebbe spiegato a quattordici persone l'esistenza di un pugnale volante? Si ricompose, cercando di non urtare nessuno e di non farsi sentire - non poteva essere visto, ma potevano udirlo e toccarlo - poi strisciò fuori dalla stanza e attese che tutti fossero usciti. Trascinarono il corpo pesante su di una lettiga e si inoltrarono nei corridoi del palazzo. Il giovane scheletro rientrò nella stanza, prese il pugnale, uscì fuori e... erano spariti. Non sapeva dove fossero andati, così iniziò a cercarli per tutto il Vaticano, a destra e sinistra, fra cripte, cappelle, chiese e basiliche. L'alba era vicina e del sangue del papa nemmeno l'ombra.
Ciolecco era disteso, stanco morto, accanto a una Mucca e al copricapo del Papa che il ragazzotto aveva fatto in tempo a recuperare. Aveva bisogno di una goccia di quel sangue e non aveva modo di recuperarla. Fu allora che gli venne in mente un'idea. Pose la tiara sulla testa del grosso animale, anche se il Papa era certamente più grosso, e lo nominò in quel frangente Papa onorario. Poi lo pugnalò e il sangue versato lo mise in una boccia. E prima che l'alba fosse giunta, partì alla volta della cripta del defunto Comyr!
E trascorserò altri 12 giorni prima che Ciolecco raggiungesse la cripta. A dire il vero il viaggio fu colmo di imprevisti, ma per il gusto della brevità ci limiteremo solo a dire che ben tre viandanti avrebbero avuto difficoltà a dormire dopo gli spiacevoli eventi accaduti. Fintanto che la missione era ancora in corso, il farinoso scheletro avrebbe continuato a compierla. Per sua fortuna, Comyr era già morto, sepolto e salutato e nessuno avrebbe potuto portarlo via sotto il proprio naso. Armato di coltello scese nella Cappella dove i fedeli spesso si radunavano in preghiera. La tomba era sigillata, ma egli era uno spirito e nulla avrebbe potuto impedirgli di oltrepassarla. Trasformatosi in polvere in pochi secondi fu dentro, al buio, senza poter vedere nulla. Accoltellò il sacro corpo dell'Imperatore e quanto vi era nel pugnale lo versò poi in un'altra boccia. Uscì dalla cripta e alla luce della Luna ne osservò il contenuto. Stranamente era molto simile al sale, ma non si preoccupò di nulla e finalmente prese la strada verso casa. Non poteva sapere che nella bara vi era sepolta una statua di marmo e non il vero e unico Comyr.

ATTO IV - Il rito
29 giorni erano trascorsi dalla notte in cui Mortimer e Skeleton avevano stipulato l'altisonante tregua fra i nemici. Nel campo dei Guelfi c'era ansia e trepidazione. Ciolecco aveva già consegnato le boccette contenenti il sangue dei più grandi potenti della terra al proprio signore. La missione era stata compiuta nel migliore dei modi e nonostante le lamentele del re, che sosteneva che il sangue degli imperatori avrebbe dovuto essere blu e non bianco, in fondo aveva fatto un buon lavoro. L'intero esercito era schierato, in attesa che il rito fosse compiuto.

Mortimer sollevò le mani al cielo e invocò Drakkar signore dei morti: - El-ehal ich al utnez ec emel, Drakkar, kyrie, det fugol!
E tutti ripeterono in coro: - El-ehal ich al utnez ec emel, Drakkar, kyrie, det fugol!
E Mortimer riprese: - Compari, oscuro Signore, donaci il potere della vita!
E tutti risposero: - Sia fatta la volontà del Dio della Morte!

E una fiamma apparve dalla terra e inondò il centro del campo e da essa emersero i due occhi del male, pronti a soddisfare la volontà di chi lo invocava. E Mortimer versò il contenuto delle boccette sull'altare e pronunciò la richiesta all'oscuro signore e l'oscuro signore rispose e parlò un'unica volta prima di scomparire nuovamente nelle fiamme da lui generate: - Sia fatta la tua volontà, anima immonda. Domani, sul campo di battaglia, avrai ciò che desideri!
E sparì nel nulla, ridendo fragorosamente, senza che nessuno potesse far nulla per comprendere il motivo di tale ilarità.

ATTO V - La battaglia
I due eserciti erano schierati come ogni notte sul campo di battaglia: Mortimer, armato di spada, a capo dell'esercito dei Guelfi; Skeleton, armato di ascia, in testa alla schiera dei Ghibellini. Fra loro, solo un nero lampione e la pretesa di dominare la Piana del Teschio. I Guelfi sollevarono le proprie armi, ostentando sicurezza e convinzione di potere, finalmente, vincere quella battaglia. O forse la prossima, o quella successiva, ma la guerra, infine, era già vinta. Dall'altra parte, i Ghibellini ululavano di rabbia e rancore nei confronti dei propri nemici. La notte era ormai alta, civette e gufi avevano persino lasciato i loro nidi, terrorizzati da quel clamore, mentre i mortali, ancora vivi nelle loro case, serravano le finestre, temendo che eserciti e orde straniere fossero lì a invaderli. E al centro di quel campo, in quella notte, apparve una fiamma, alta come il cielo, rossa come il sangue, calda come il Sole. Estasiati i soldati guardarono ad essa e si prostrarono. E il signore della morte, Drakkar, scese nuovamente fra i morti, affinché si compisse quanto aveva detto. E stese la sua mano tenebrosa sul campo e lo avvolse con nubi e fulmini. E urlò, affinché il mondo intero sentisse che egli era sceso sulla terra e aveva finalmente il potere di compiere il rito.

- Uomini, morti di questa terra, Guelfi e Ghibellini, che invano lottate per una patria che non è più vostra, ignorati dal popolo, che invece si sollazza e gode nella vita. Finalmente la vostra fine è giunta. Nessuno avrà memoria di voi! Avete infestato questa valle per secoli e finalmente tutto ciò volgerà al termine. E ciò che penseranno è che la Piana sia stata benedetta dall'Altissimo. Stolti. Quest'oggi, al termine della battaglia, nessuno più vagherà per questa terra, poiché il rito sarà compiuto e le vostre anime riposeranno come rocce nell'oceano e i cadaveri sotto la nuda terra. Ma ecco, vi consegno il sangue di una mucca e le briciole del marmo che il signore dei Guelfi, Mortimer, mi ha donato come pegno del suo volere. Ebbene, io realizzo il vostro desiderio e da oggi, fino alla fine dei giorni, statue di marmo a forma di bovino resteranno qui, alla mercé degli umani. Oggi vi trasformo e mai più voi avrete memoria di ciò.

E in un attimo centinaia e centinaia di scheletri, presi dal panico, furono trasformati in grossi animali da pascolo, fatti di marmo, immobili e inespressivi. Furono liberati dalla maledizione e infine imprigionati per sempre nella roccia bianca. Mortimer e i suoi compagni, Skeleton e i suoi soldati, nemici per tutta la vita e per tutta la morte, sconfitti entrambi dalla morte e ridotti ad essere nulla eternamente.



Ed è così che termina la storia di Ciolecco, re degli idioti, e Mortimer, re dei Guelfi, sconfitto dalla stupidità del primo e dalla ignoranza propria.
E che sia di insegnamento a tutti voi, o miei ascoltatori: mai affidare a colui di cui non vi fidate l'impresa che sola può cambiare la vostra vita. Ma soprattutto, miei amati amici, mai combattere guerre che non hanno fine e non hanno senso, ma lottate per il bene e per l'amore e per la pace, affinché il mondo possa rilucere di giustizia e non di miseria.
Io vi saluto.[/rp]
Autore: Plautolo
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:35

Emanuele_corleone ha scritto:
[rp]
Stella...stellina........


Dal carattere mite ma dal cuore non troppo tenero la ragazza trascorreva la sua esistenza in completa solitudine non avendo mai avuto una famiglia che si occupasse di lei, per cui il suo credo quotidiano era rivolto alla mera sopravvivenza e a come guadagnarsi un pò di spiccioli per una pagnotta o al massimo  per un paio di pannocchie da sgranocchiare.
Il suo stile di vita dettato dalla razionalità più totale non le permetteva di perder tempo in futili pensieri che non avrebbero portato a nessuna soluzione pratica e non era certo il tipo di persona abituata ad imbambolarsi per insulsi sogni ad occhi aperti.

"Le fantasticherie e i sogni" si ripeteva "non riempiono la pancia"

Ma quella sera, chissà come mai, dopo il frugale pasto decise di scendere al lago.
Camminava veloce quasi saltellando giù per il sentiero e Blacky, il vecchio e malandato randagio, anche se col fiatone le correva dietro scodinzolante e festoso quanto mai.
"Vattene! non ho niente da mangiare, sciò sciò..sparisci!"
Il cagnone  pareva non udirla e la seguì fino alla sponda per poi accucciarsi ansante vicino a lei quando  finalmente la ragazza decise di sedersi.

I rumori circostanti quella notte parevano lontani e attutiti , sembrava addirittura di respirare un' aria diversa dal solito e  l' inconsueta atmosfera  percepita, dava la netta sensazione che quell' angolo di natura,  rispetto a tutto il resto, fosse  sospeso  a metà spazio tra suolo e cielo.

Il cielo....

Alzò lo sgardo su in alto, non le era mai apparso così vicino e così tanto immenso come adesso.
E la luna..... era forse più grande del solito o era solo un'impressione?
Fece una prova, chiuse un occhio tenedolo premuto  con due dita e con l' altro fissò il suo pollice puntato verso il firmamento nell' esatta direzione della sfera luminosa.
Il globo argentato scomparve completamente dalla sua visuale.
Bene, tutto nella norma. La dimensione era la stessa ,  volendo la si poteva sempre nascondere dietro ad un dito.

Rasserenata si adagiò sull' erba con le braccia piegate sotto la testa e l' infinito manto stellato le fu sopra avvolgendola completamente.
Dapprima avvertì uno stato di lieve disagio come una sorta di piccola vertigine,  poi venne interamente rapita dalla miriade di  risplendenti luci.
Il leggero capogiro le intorpidì i sensi : "Quante saranno tutte queste stelle?" si domandò chiedendosi anche, se mai esistesse qualcuno in grado di conoscerne il numero esatto.
Non la sfiorò minimamente l'idea di iniziare a contarle, sarebbe stata una gara persa in partenza.

Una, in particolare, catturò la sua attenzione, risaltava per lucentezza rispetto a tutte le altre e concentrandosi bene senza  perderla mai di vista, si rese conto che era l'unica a sprigionare  bagliori lampeggianti ad intervalli discontinui.

"Si trattava di segnali!" o, quantomeno lei voleva convincersi che fosse così

"Stellina, stai dicendo a me?"
esordì con voce titubante la ragazzina
Blacky aguzzò un orecchio sollevando di poco la testa per poi riaccocolarsi subito dopo e appoggiare il muso sopra al petto di lei.

"E' vero che tu saresti in grado di esaudire qualsiasi desiderio?"
continuò la giovane
In risposta, la rifulgente stella parve scindersi dalla sua posizione e con maggior scintillio iniziò la sua rapida discesa lasciando dietro di sè una scia luminescente
Nonostante l'incredulità per ciò che stava accadendo lei non ebbe esitazioni. Non voleva certo farsi sfuggire quell' occasione e, prima che la stella terminasse la veloce corsa avrebbe dovuto esprimere il suo desiderio.

Svelta!

Chiuse gli occhi e sussurrò una preghiera.
Pregò con sentimento sincero e aprì il suo animo come non aveva mai fatto prima:

"Ti supplico, dal profondo del mio cuore, fai che io possa trovare finalmente la mia famiglia, dammi la possibilità di incontrare i miei genitori....
Non voglio più star da sola, ho bisogno dell' abbraccio amorevole di una madre e della  carezza protettiva di un padre...."


Schiuse piano le palpebre mentre la stella stava ultimando la sua iridescente traiettoria e immaginò di esser tra le braccia di mamma e di percepirne perfino il  delicato  odore profumato.
Aspirò intensamente  dilatando bene le narici per poter assorbire con  maggiore intensità quella piacevole fragranza.....quando il suo olfatto fu invaso da una zaffata nauseabonda.
Blacky era lì, sopra di lei che russava beatamente, dal suo pelo lurido e pulcioso proveniva un fetore pungente e insopportabile.

"Togliti immediatamente da qui brutto bastardone puzzolente che non sei altro!
Vai a farti un bagno!"
 così dicendo fece il gesto di lanciare qualcosa in direzione del lago
Il cane non ancora completamente sveglio parve meditare incerto sul da farsi poi si decise, evidentemente il tono della voce e il risoluto gesto di lei non lasciavano dubbi: era meglio sloggiare.

La stella cadente era  ormai scomparsa definitivamente, l' incanto si era spezzato e la ragazza forse, non ci pensava  già più, in  un brevissimo lasso di tempo aveva riacquistato padronanza di sè ed era tornata con i piedi per terra, alla vita di sempre fatta di concretezza e praticità quotidiana.

Percorse la via del ritorno lentamente con lo sguardo fisso davanti a sè, nemmeno una volta si girò per tornare a scrutare il cielo.[/rp]
Autrice: Caryn



Partecipanti in ordine di presentazione opere:
- Emrys77
- Betelgeuse
- Robyn
- Ser_Barney
- Sean_wallace
- Plautolo
- Caryn


Ultima modifica di m.azzurra il Mar 25 Nov 2014, 17:34, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:36

Lordenrico ha scritto:
Enrico, di passaggio nel modenese, si avvicinò al luogo dove si stava tenendo il concorso della Prima Accademia d'arte Corleone, speranzoso di poter salutare i suoi familiari e godersi qualche bella opera.


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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:37

Emanuele_corleone ha scritto:
Mentre attendeva la votazione dei giudici intravide un viso familiare, lasciò il centro del palco scendendo le scale con celerità sino a raggiungere quell'uomo che si guardava intorno

Enrico!

disse aprendo le braccia stringendolo in un gesto d'affetto

che bello vederti nel modenese fratello mio...

diede due pacche sulla schiena del cugino per poi allentare la stretta sino a tenersi la mano in una serrata impugnatura

so dove sei diretto, occhi aperti Enrico e teniamoci in contatto per qualsiasi cosa....

gli sorrise felice di rivederlo dopo molto tempo
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:37

Lordenrico ha scritto:
Lo sguardo di Enrico vagava fra i presenti fino a quando intravvide una figura scendere dal palco.
Riconosciutolo, imitò il gesto per abbracciarlo a sua volta:

"Anche per me è bello poterti abbracciare!" -si distanziò per potergli sorridere, poi distolse lo sguardo verso il palco e tenendo una mano sulla spalla di Emanuele continuò a parlare:
"Ma certo che siete sempre in attività febbrile, veramente complimenti fratello mio. Purtroppo siamo solo di passaggio, ma faremo in fretta e con attenzione per rivederci presto!
Il resto della tua bella famigliola? Ho potuto solo sentirle per corrispondenza."
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:38

Emanuele_corleone ha scritto:
La famiglia va bene e come vedi è tutta qua a Modena unitamente ai parenti di mia moglie. Purtroppo in confidenza affermano che sono un despota perchè li faccio lavorare anche in pieno agosto...quindi ti prego di non parlare con loro di Arte o impegni artistici se ci tieni a rivedere vivo tuo cugino

rise di gusto

noi stiamo per tornare a casa dopo un viaggio il quale ci ha visti attraversae Siena, salire verso Milano per poi dirigerci qua a Modena per adempiere all'importante impegno preso con un caro amico che spero possa io presentarti e l'amministrazione Modenese rappresentata da sua Grazia il Duca Daygar_ii

si voltò cercando tra i giudici il Vescovo Bernasconi e l'attuale Duca

ho impegnato anche il duca ed il vescovo di Mantua nel Concorso che vedi, nonostante i loro impegni siano improrogabili, se non chiudiamo in fretta questa manifestazione son certo che richiederanno la mia testa o mi metteranno in BL per ostruzione ai lavori pubblici

rise

Modena è meravigliosa ed ospitale ed è sentita la percezione dell'arte da parte non solo dei cittadini ma anche dalle amministrazioni che sempre disponibili collaborano alacremente, peccato tu non possa soffermarti e godere di questo clima.

concluse

appena tornerai dalla Normandia faremo un incontro nel Milanese, penso che in quel dì dovrei anche essermi trasferito, Parma per l'esattezza. Vienimi a trovare mi raccomando e.... magari organizziamo qualcosa di interessante e costruttivo
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:40

Gazzella ha scritto:
[rp]Due giorni di lettura, Gazzella diede il proprio voto letterario.
si complimento con il rettore per l'iniziativa, sperando in una futura continuazione.
consegno il foglio con le votazione e si sedette in attesa della premiazione.

- Emrys77 voto 7

- Betelgeuse Quando il dolore rende uguali voto 10
- Robyn Bussavano alla porta... voto 7

- Ser_Barney La Bibbia d'oro voto 8

- Sean_wallace La morte e i Bastiano voto 10

- Plautolo LA PIANA DEL TESCHIO voto 9

- Caryn Stella...stellina....... voto 6[/rp]
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:41

Emanuele_corleone ha scritto:
Vide il giudice dama Gazzella affiggere ella stessa la votazione, le si avvicinò sussurrando

Giudice gentilmente la prossima ed ultima votazione inviatemela come le precedenti mediante missiva privata così che gli altri giudici non siano influenzati dalla stessa, mi farò io carico della presentazione pubblica. Vi ringrazio della vostra disponibilità .

le sorrise con gratitudine per poi ringraziare nuovamente i tre giudici per la disponibilità e puntualità per poi pubblicare le votazioni degli altri due giudici




[rp] Mittente : Daygar_ii , Cavaliere Benemerito e XLIV Duca di M
Data d'invio : 04/08/1462 - 01:29:32
Titre : Voti Narrativa
Buonasera,

questa volta mi sono preso tutto il tempo a disposizione, ecco i miei pareri:

Emrys77: 7
Betelgeuse - Quando il dolore rende uguali: 8
Robyn - Bussavano alla porta...: 8.5
Ser_Barney - La Bibbia d'oro: 7.5
Sean_wallace - La Morte e Bastiano: 8.5
Plautolo - La Piana del Teschio: 9
Caryn - Stella...stellina........: 7

Buonanotte,

Sua Grazia il Duca di Modena,
Nicolò Leone Arnod Sforza[/rp]



[rp] Mittente : Bernasconi
Data d'invio : 02/08/1462 - 20:56:20
Titre : Re: Voti narrazione

Emanuele,

Ecco le valutazioni per le opere di narrativa:

- Emrys77 : 7.5
- Betelgeuse : 9
- Robyn : 8
- Ser_Barney : 7
- Sean_wallace : 8
- Plautolo : 8
- Caryn : 7.5

Ti auguro una buona serata.

M. Berna [/rp]



- Emrys77: 21.5
- Betelgeuse: 27
- Robyn: 23.5
- Ser_Barney: 21.5
- Sean_wallace: 26.5
- Plautolo: 26
- Caryn: 20.5



Dichiaro vincitore della sezione narrazione la scrittrice Betelgeuse la quale passa il turno nella votazione finale

sorrise alla figlia facendolo i suoi personali complimenti per poi ringraziare e complimentarsi con tutti gli scrittori

Ragazzi i miei più sinceri complimenti, le vostre opere son tutte degne di nota e spero che tale concorso sia il primo di una grande serie poichè tutti meritavate il primo posto.

ringraziò i ragazzi e, preso le opere vincitrici le porse al vaglio dei giudici per decretare il giudizio finale
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MessaggioTitolo: Re: [GDR] Concorso Artistico Modenese - Estate e Colori in Rima   Lun 29 Set 2014, 22:42

Emanuele_corleone ha scritto:
Illustri giudici del Concorso Modenese, siamo giunti alla finale di questa meravigliosa esperienza artistica che grazie al vostro apporto si è sviluppata serenamente e senza inghippo, a voi giudici il mio sincero ringraziamento.

Ora porgerò al vostro vaglio le 3 opere risultate vincitrici dalla sezione poesia, pittura e narrazione, in questo frangente dovete solo farmi il nome di chi pensiate debba essere il vincitore e, mi raccomando, comunicarmelo privatamente.


diede loro le 3 opere



[rp]Alla mia sposa

Sono incatenato, lo sento.
Schiavo di ogni tuo atteggiamento.

Perché non puoi tu essere Venere in persona?
Credimi, con gran tormento mi caverei gli occhi
e senza più lacrime mi offrirei alle intemperie come persona prona,
per sfuggir la tentazione di un fanciullo dinanzi ai balocchi.
Dio volesse tu fossi Sirena!
Come il savio, non esiterei ad usare la cera per oltraggiare il mio udito
stratagemma che già fu nell'amara altalena
per scappare al soave suono di un richiamo impazzito.
Potrei, poi, curarmi del divino nettare?
Se la lingua mi ponesse in tentazione
la potrei sempre debellare
rendendomi muto, con un atto di devozione.

Ma a te no, davvero, non posso porre fine,
perché sei in ogni mio pensiero,
e al mio pensiero, non v'è confine.
[/rp]
Autore: Arlecchino




Autrice: Hecate - Il frutteto di Modena



[rp]
Quando il dolore rende uguali  


Un’aurora di un lontano anno del signore 1071, appena iniziato, vide fremere dalle fondamenta il Castello di Canossa mentre il buio che lo aveva tenuto prigioniero fino  quell’istante, si dissolveva mano a  mano che i primi raggi di sole annunciavano timidamente il proprio arrivo all’orizzonte.

La natura, ignara di quanto avveniva all’interno del maniero, dettava i suoi percorsi come sempre. La nebbia iniziava a salire mollemente dal lago rendendo l’aria palpabile al tocco umano, stormi di uccelli percorrevano indisturbati la volta celeste disperdendosi aldilà delle pendici montuose, che senza remore alcuna  lambivano il cielo ancora carico di stelle mattutine.

Un bagliore si levò dal Castello. No, a guardare bene più che un bagliore era un fuoco fermo, un fuoco spento che levandosi  dalle mura, indisturbato,  fluttuava nell’aria con movenze leggiadre. Il  volo era simile al svolazzare delle farfalle nel vento, ma determinato nel raggiungere la sfera celeste e da lì le ultime stelle che nell’ albeggiare dirompevano nel cielo indiscusse.  




Dentro le mura del maniero, nelle stanze del palazzo, Matilde giaceva inerme nel proprio letto.

Gli occhi sbarrati nel vuoto.  

Nessuno mai avrebbe potuto lenire il suo dolore, che come un aspide le succhiava lentamente il cuore.

Un dramma si era consumato quella notte.  Beatrice, la piccola nata da pochi giorni si era spenta, così come si spegne la fiamma di una candela, lasciando Matilde in una tale prostrazione che la mente umana, se non attraversata dal medesimo dolore, non può mai concepire.
L’infuso, in un misto di melissa, biancospino  e valeriana, preparato dal cerusico e ingurgitato tutto d’un fiato  le procurò stordimento  e  condusse la sua mente a uno stato soporifero tale da farle  percepire la morte della propria bambina come qualcosa di irreale di mai avvenuto .

Matilde distesa, quasi inerme sul medesimo letto che giorni prima la vide concepire Beatrice,  udì  la porta aprirsi e subito dopo un frusciare di vesti.

Due occhi ammantati di pietate la scrutavano dall’alto.

Erano gli stessi  occhi che due anni prima le avevano chiesto, con impeto e forza, di compiere un passo importante per la propria vita.   La mente di Matilde, rapita dal ricordo, ripercorse tutta la scena che si era svolta a Canossa, quando la madre la Duchessa Beatrice di Lotaringia le chiese di unirsi, senza remore alcuna, in matrimonio con Goffredo il Gobbo.  

- “L’unione con il tuo fratellastro, così come fu sancita nel mio contratto matrimoniale con il duca di Lotaringia, è  un atto di fedeltà verso il Papà e di attenzione per l’Impero.

Tale gesto, di  indiscussa importanza politica ed economica,   favorirà, su tutta l’Europa, la tua superiorità diplomatica.
Inoltre, sposando Goffredo avrai,  tra le tante cose, il merito di consolidare in un'unica mano il ducato della Tuscia e il ducato della Lotaringia. Grazie a questo matrimonio, figlia mia,  non saranno divisi i possedimenti delle rispettive famiglie.


Tenendo le mani della propria figlia tra le sue e con lo sguardo fermo dal quale traspariva la fierezza della propria stirpe aggiunse:

- “Sono cosciente del sacrificio che ti sto chiedendo perchè conosco le fattezze di Goffredo. La gobba e il gozzo lo rendono ripugnate agli occhi teneri di una fanciulla. Ma tu sai bene qual è la bellezza che conta in questo nostro mondo . E Goffredo, credimi figlia, conduce nel proprio cuore la delicatezza dell’amor cortese. Quell’amore per cui tu diverrai pari ad un angelo. Vedrai, figlia mia, la devozione verso te sarà totale ed estrema”.  

Con un sussulto Matilde si trovò di nuovo nella propria camera, gli occhi della Duchessa Madre sbarrati su di lei e un peso sul cuore che non le lasciava vie di fuga.
Le parole compassionevoli della Duchessa sussurrate quel triste giorno non riuscirono comunque a lenirle la sofferenza.

- “Oh figlia mia, mio dolce mio petalo di rosa, vedrai il Signore Iddio avrà compassione di te e ti renderà madre di tanti splendidi bambini che diventeranno forti e coraggiosi come te.
Vedrai figlia ”
disse segnandosi con il simbolo della croce“ il signore  te ne renderà merito.”.

Poi accarezzando con un gesto affettuosi i capelli di Matilde, aggiunse:

- “Mia cara, ho pensato, com'è usanza tra i nobili, di costruire nell'Appennino Modenese a Frassinoro un monastero e dedicarlo alla piccola anima. Così scriverò sulla stele d’ingresso al monastero "Per la grazia dell'anima della defunta Beatrice mia nipote".


Altri occhi, quel funesto giorno, si posarono su quelli di Matilde. Erano gli occhi di Goffredo, il marito. Questi trascinavano nell’azzurro dell’iride, il ricordo ancora vivo e prorompente che anni prima legò i due cuori increduli.

La memoria di un incontro avvenuto pochi anni prima, prese materia:





Le rose erano sovrane nei giardini del Castello di Canossa e Matilde si attardava a raccoglierle o ad ammirarle estasiata.

Ne respirava  il profumo, ne godeva delle loro delicate forme.

Ad un tratto con la coda dell’occhio si  accorse che un individuo dalla cima delle scalinate, che dal Castello conducevano ai sottostanti giardini, la scrutavano.

Quella invadenza le procurò uno strano stato d’inquietudine, ma impose a se stessa di non curarsene e di proseguire nella passeggiata tra i roseti … e così, senza indugio, si dimenticò di lui .

Così assorta nei propri pensieri, fece ritorno alle sale del palazzo del castello, con in braccio le rose da poco recise. Ed ecco che, quella figura, le si palesò dinanzi.

Era la medesima figura che aveva visto in cima alla scalinata.

Fu un attimo e Matilde incrociò i suoi occhi. Fermi come l’orizzonte, limpidi come il cielo d’estate, cristallini come l’acqua di un torrente. Di quegli occhi Matilde ne rimase immediatamente rapita.

Dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima, e così fu per Matilde. In una frazione di secondi ella vide in quegli occhi tutto l’incanto dell’amor cortese che quell’uomo era disposto ad offrirgli. E poco valeva l’aspetto incurvato della schiena e il bozzo sotto il mento.    

- “E’ lui” pensò ancora con gli occhi dentro ai suoi occhi “E’ il mio promesso sposo”.

Goffredo assecondando i palpiti del proprio cuore, si avvicinò e s’ impadronì delle mani di Matilde che mise tra le sue.

Matilde rimase muta senza parole … e le rose che cingeva le scivolarono lentamente, una per una dalle braccia.

Mentre negli occhi di Goffredo, chiari come l’acqua,  dirompeva lo stupore, il medesimo stupore che aveva Matilde nell’essere accarezzata dallo  sguardo del suo promesso.



Ma torniamo a quell’anno del Signore 1071, appena iniziato, quando gli occhi di Goffredo, pietosi, si posarono sugli occhi di Matilde, che stillavano lacrime di amaro dolore:

- “Potrai mai perdonarmi Goffredo? “ Chiese con un fil di voce Matilde al suo sposo.

- “Non assumerti nessuna responsabilità, mio adorato amore, il nostro angelo è stato chiamato da Dio. Noi ne avremo altri! Tanti altri!”. Le  rispose in tal modo Goffredo, accarezzandole il volto con le mani “ Ora riposa mio dolce amore, io starò qui al tuo capezzale a vegliarti per un po’. “.

Una stella,  la notte  seguente , si staccò dal firmamento e lo attraversò con ali di porpora e d’oro raggiungendo il Castello  di Canossa. Si adagiò sui merli del torrione. Brillò ancora per un po’, poi dolcemente si spense.

Matilde dalla propria finestra notò quasi subito quella splendida luce e il suo cuore, nell’incanto del momento, ne  ebbe sollievo. Matilde credette fermamente che quella minuscola stella fosse  lo spirito della piccola Beatrice  che prima di diventare angelo tra gli angeli le regalava  l’ultimo saluto.




In questo breve tratto di vita romanzata di Matilde di Canossa,  si vuole dimostrare che, se pur ella fosse Duchessa e al contempo Marchesa, di stirpe Longobarda di alto lignaggio provò per la morte della propria figlia una sofferenza tale che la rese uguale a tutte le donne, anche di umili origini, che come lei subirono, loro malgrado, la perdita di un figlio.

E’ proprio vero, signori miei, il dolore ci rende uguali.

Fine.
[/rp]
Autrice : Betelgeuse


Avete tempo entro oggi per decretare il vincitore, a voi miei cari giudici

disse attendendo il verdetto insieme ai tre finalisti


Ultima modifica di m.azzurra il Mar 25 Nov 2014, 17:39, modificato 1 volta
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